Scelte di Classe

Andrea Arnold
Nata sotto il segno dell’ariete
a cura di Anna Maria Pasetti - Red Shoes - Associazione Culturale

Sasha Lane, American Honey (2016)

 

"Non scenderò a compromessi. Non vivrò una vita in ginocchio" Raury, God’s Whisper, da American Honey Original Soundtrack, 2016)

Quando a 16 anni Andrea Arnold lasciò la scuola, nel suo zaino da adolescente aveva solo un sogno e la scelta di viverlo. Diversi anni dopo avrebbe consegnato ai suoi giovanissimi personaggi (e attori) quell’importanza di saper scegliere che non l’ha mai abbandonata. “Realizzare dei film significa prendere delle decisioni, e questo è l’aspetto che più mi appassiona nel fare cinema” avrebbe dichiarato nel 2006 a The Guardian. Parole animate dal senso pratico le sue, pesanti di un’esistenza iniziata nel disagio ma anche di risultati importanti in carriera quali un Oscar vinto nel 2005 per il cortometraggio Wasp e un Prix du Jury al Festival di Cannes nel 2006 per Red Road, il suo lungometraggio d’esordio. Ma Arnold non è una stratega, né lo sarà mai. Se la sua “agenda” si chiama vita reale (“Ho bisogno di vivere ciò di cui vado scrivendo”, FilmLinc Daily, 2013) le sue scelte rispondono con coerenza alla visione di mondo che fin dall’infanzia – tutt’altro che rosea - è andata definendosi in questa cineasta audace, istintiva e appassionata come il segno zodiacale sotto il quale è nata il 5 aprile 1961 nella provincia proletaria dell’Inghilterra meridionale.

Wasp (2003)

     Tutti abbiamo una scelta  Choices (Yup), 2014, inserito in American Honey Original

Rischio è la parola chiave per accedere all’universo visionario e potente di Arnold, qualcosa a cui non potrebbe rinunciare perché “è il luogo più entusiasmante, l’unico dove si scoprono veramente le cose” (The New York Times, 2007). E rischiare è la cifra dell’età dell’Innocenza, quello spazio/tempo fra l’infanzia e la prima giovinezza in cui ha posato l’obiettivo in ciascuno dei suoi lavori per il cinema – fra corti e lungometraggi – ad eccezione del cortometraggio Milk (1998) e del già citato Red Road. Dai corti Dog (2001) e Wasp (2003) ai lunghi Fish Tank (2009), Wuthering Heights (2011) e American Honey (2016) tutti i film finora realizzati dalla sceneggiatrice e regista britannica si accomunano quali fiabe dark che vibrano e profumano dei loro piccoli grandi eroi - soprattutto eroine - colti nella fragranza dei conflitti tipici di quell’attimo fuggente, meraviglioso ancorché feroce, che si chiama adolescenza e gioventù.  Poche ma intense opere dotate di uno sguardo integro, preciso e riconoscibile, dalla cifra stilistica che non tradisce l’onestà dell’approccio alla realtà esplorata. Per cantarla con Kurt Cubain, il cinema “fisico”, libero e sensuale di Andrea Arnold “Smells like a Teen Spirit[1].

Shannon Beer, Wuthering Heights (2011)


[1] Trame, cast & crew, recensioni e premi dei vari film sono concentrati nella Parte III del focus: “Film Review”.

Sweet Sixteen

Per quanto Arnold prediliga la riservatezza riguardo alla vita privata, anche riferita al passato, e rifiuti che riviva nel suo cinema (“i miei film non sono autobiografici, quelle cose non mi sono mai accadute”, The Guardian, 2009)  è indubbio che alcuni suoi lavori rivelino profondi tratti autobiografici. Ciò è presente soprattutto nel corto Wasp e in Fish Tank, ma il riverbero si irradia anche altrove, persino in ambientazioni “apparentemente” remote come sulle Cime tempestose di Emily Brontë. Il punto nevralgico è racchiuso proprio in quei “dolci sedici anni” che segnarono sia lei (quando lasciò la scuola) sia sua madre, che proprio a quell’età la diede alla luce, legandosi a un ragazzo che ne aveva 17. Con genitori adolescenti che le avrebbero dato tre fratelli minori di cui occuparsi, residente in una casa popolare ai margini della provincia più desolata, Andrea Arnold può considerarsi a buon diritto “erede” di una famiglia proletaria e disfunzionale esemplare. E c’è tanta verità nel constatare quanto le sue giovani protagoniste siano “ragazze e adulte allo stesso tempo”. “Io le continuo a chiamare kids [ragazzi] ma sono più delle giovani adulti, a dir la verità non trovo una parola adatta per definirle” rivelava qualche anno fa a The New Yorker.

American Honey (2016)

Questo non esclude che la “visione-di-mondo” dei teenager adottati a punto di vista dei film aderisca pienamente alla loro età anagrafica, anzi, ne intensifichi sentimenti e percezioni attraverso comportamenti estremizzati, intrisi di tragica dolcezza e passionali ribellioni. Le “damaged souls” [anime danneggiate] delle creature messe in scena dalla regista nativa del Kent, e per le quali non casualmente nutre “una speciale empatia” (The New York Times, 2007), sono animate da conflitti potenti (contro genitori inetti o rovinati in Fish Tank e American Honey, o padroni disumani in Wuthering Heights), da pulsioni sessuali incontenibili (ai limiti dell’incesto in Fish Tank), cercano amicizia e amore ma trovano il bullismo (Fish Tank) o il razzismo (Wuthering Heights), sanno che la salvezza passa per la fuga (Fish Tank, Wuthering Heights) ma anche, purtroppo, per il denaro (American Honey).  Mia, Heathcliff & Cathy, e Star – ed anche la poco più che ventenne Zoe di Wasp, già mamma di quattro bimbe - sono giovanissime perle svezzate dalle durezze della vita che tuttavia non rinunciano a sognare. Adottando questi meravigliosi ribelli per natura quali propri figli virtuali, “mamma” Andrea sa bene che “essere una regista è un po’ come diventare genitore” (The New Yorker, 2016).

 

La poesia nello sguardo

Katie Jarvis, Fish Tank (2009)

Bellezza è verità, verità è bellezza – questo solo sulla terra sapete, ed è quanto basta (John Keats, Ode on a Grecian Urn, 1819)

Andrea Arnold makes extraordinary films about ordinary people” [realizza film straordinari su gente comune] osservava su The Guardian Amy Raphael all’indomani dell’uscita britannica di Fish Tank nel 2009. Anche senza far proprio il detto popolare per cui la bellezza sia negli occhi di chi guarda, è indubbio che lo sguardo sul mondo adottato dalla cineasta del Kent eserciti una seduzione speciale, indubbiamente poetica e giammai voyeristica. E forse risiede proprio qui la sua forza, in quell’equilibrio sottile che separa la ricognizione (e restituzione) della vita reale – che resta, come si diceva, la sua unica “agenda”, l’unica fonte d’ispirazione – alla sua rielaborazione estetica evitando sempre di (s)cadere nell’autocompiacimento, quel “difetto per eccesso” riscontrato in non pochi cineasti, specie della generazione contemporanea.

“Ricordati di sorridere mentre danzi. Sei luminosa quando sorridi”  (Fish Tank)

Dog (2011)

Se è vero che nel cinema di Arnold spesso “bellezza e brutalità siedono l’una accanto all’altra” (The New Yorker, 2016) creando l’apparente ossimoro di “armonie dissonanti”, questo è essenzialmente dovuto a un uso organico del dispositivo cinematografico che deriva, si diceva, dall’integrità con cui la cineasta osserva ciò che la circonda. Ma non solo. Ancor più pregnante è capire cosa le interessi catturare del reale e ciò, come parzialmente si affermava in precedenza, risiede nella Verità delle cose. E non è un caso che tale “verità” sia raccolta soprattutto dallo sguardo innocente, ancora “candido” benché tormentato, dei ragazzi. Che poi tali “cose” siano persone, fatti o sentimenti questo diventa indifferente: “Real moments, real feelings in a real time” [momenti reali, sentimenti reali in un tempo reale] dichiarava a The Guardian nel 2009. Arnold compie il gesto atletico di entrare nei loro occhi, facendo sì che il loro punto di vista riesca a trasfigurare il mondo in un avvicinamento spontaneo ai codici del realismo magico. Per dirla con la stessa regista in un’intervista a Vice nel 2016, “usare la loro visione per trascendere il dolore e le avversità”. Il procedimento non è nuovo, e non è certamente Andrea Arnold ad averlo inaugurato. Volumi di letteratura e pellicole di cinema da De Sica a Truffaut – solo per citare alcuni fra i più folgoranti - ne sono esempi d’eccellenza, tuttavia Andrea si pone in tal senso fra le registe più talentuose della sua generazione, accanto a colleghi come Céline Sciamma, Roland Cantet, Harmony Korine, Abdellatif Kechiche e Ursula Maier e – pensando al territorio italiano – a giovani autori come Alice Rohrwacher, Claudio Giovannesi e Jonas Carpignano.

 

"Heard melodies are sweet, but those unheard are sweeter"

 

Ma Andrea Arnold è una sceneggiatrice e regista britannica, e il suo retaggio “spontaneamente” culturale British è palpabile in ogni fotogramma. Un background immaginifico, altamente sensoriale e lirico sul Reale che arriva da lontano, e s’innerva nello sguardo profetico del “secondo” Romanticismo la cui visione della realtà precedeva l’accadimento stesso dei fatti arrivando tuttavia a coglierne la Verità profonda. Scriveva il poeta John Keats nel 1819, celebrando le figure dipinte su un’urna greca mentre gesticolano e si relazionano fra loro. L’interesse del poeta, in questo caso, è per la potenzialità delle azioni più che nelle azioni in sé, al punto da dichiarare che quanto non è ancora avvenuto (visto, ascoltato, esperito..) supera, in dolcezza (Bellezza), quanto sta avvenendo. L’infanzia e l’adolescenza – i “fanciullini” per dirla con Pascoli - possiedono questa capacità profetica di “vedere prima” e dunque “vedere meglio” la verità insita nelle cose: da loro l’artista può ereditare un dono assoluto, quello di risolvere in armonia l’eterno conflitto della caducità esistenziale. Andrea Arnold, a suo modo, è portatrice contemporanea di un Dna antico e universale, e non è dunque un caso rintracci in quel “conflitto” (come ogni scrittore e drammaturgo che si rispetti) lo spazio ideale dell’espressione artistica e performativa. Ma diversi dei suoi conflitti esibiti arrivano a sorprendere, perché sorgono dalla sintesi sapiente dei più piccoli.

 

Mi piaci, alla fine ti ucciderò [I like you, I’ll kill you last]

 

sentenzia la piccola Tyler (interpretata da Rebecca Griffiths) volta a Connor, il boyfriend di sua madre interpretato da Michael Fassbender. La sorellina di Mia, la protagonista di Fish Tank, non ha più di 10 anni ma ha già intuito la potenza di eros & morte, la più misteriosa e paradossale fra le pulsioni del sentire umano che, d’altra parte, è il cuore del testo divenuto il film successivo di Arnold, Wuthering Heights.

Rebecca Griffiths, Fish Tank (2009) / Kaya Scodelario, Wuthering Heights (2011)

 

Racconti di (auto)formazione senza tempo

American Honey (2016)

Il conflitto vivo nello sguardo di Andrea Arnold fra immaginazione e realtà risale alla sua infanzia e pre-adolescenza, rimandando a due personaggi in apparenza assai lontani: Mary Poppins e Anna Frank. 

Avevo 5 anni quando vidi Mary Poppins. Era la prima volta che vedevo un film al cinema, ne rimasi devastata. Non immaginavo potessero esistere mondi così, decisi che ne avrei fatto parte” confessava Arnold a The Guardian nel 2009. Alcuni anni dopo la “ragazzina” Andrea si trovava a scegliere un testo su cui ispirare la coreografia di una danza: “presi Il Diario di Anna Frank e ne lessi ad alta voce alcuni estratti potenti, muovendomi quasi ossessivamente. Mentre i miei compagni avevano scelto parole dalla pop music, io avevo scelto Anna e il suo orrore interiore. Gli insegnanti iniziarono a guardarmi con diffidenza” (The Telegraph, 2011). Nella mescolanza tra le disfunzionalità famigliari e un’accesa fantasia nascevano le “fiabe nere” che, sul quaderno da scolara, Arnold aveva iniziato a mettere in bozza. Da lì si era avviato un processo tuttora in corso: quello della scrittura senza soluzione di continuità. “Non so bene quando ho iniziato a scrivere – ricordava la regista al medesimo quotidiano – ma  so che è sempre stato il mio modo di dare un senso al mondo, alle cose. E per questo scrivo sempre, riportando sul quaderno ogni cosa che vedo e incontro che faccio”. Anna Frank, un immaginario generato dal popolare ritratto in bianco e nero che prelude al dolore, alla morte, e Mary Poppins, il colore e la magia per eccellenza: due universi così distanti ma che - a conti fatti - sono le due facce di una stessa medaglia che si chiama Romanzo di formazione. Il primo, un diario e quindi dotato di Io narrante, attivatore del realismo affrontato con una temerarietà quasi “giustizialista” (“nessuno deve mai più subire quanto ha subito Anna” avrebbe urlato da piccola Andrea), l’altro precursore della favola a lieto fine amata da Arnold, educativa (perché le sue eroine combattono sempre) ancorché misteriosa e giammai esente da privazioni e sofferenze.  

La civiltà degli ultimi

Riley Keough e Sasha Lane American Honey (2016)

 

No one’s going to miss you” [A nessuno mancherai]

In American Honey, Krystal (interpretata da Riley Keogh) è la boss dei giovanissimi venditori di riviste porta-a-porta che ha assunto – e che sfrutta - sapendo che nessuno li avrebbe reclamati o difesi. Non ci sono infatti genitori né parenti a sentire la mancanza di questi teenager chiassosi e provenienti da ogni angolo degli States: alcuni orfani, altri addirittura fuggiti dal riformatorio o da madri o padri monstre, tutti abbandonati a loro stessi, novelli miseràbles con l’hip hop alle orecchie. Il rimando, spontaneo quanto opportuno, è allo schiavismo minorile, pratica “normale” nell’Occidente a partire dalla Rivoluzione Industriale e che ha trovato nel trinomio Hunger – Abuse – Neglet [fame – abuso – negazione] un filo rosso squisitamente britannico che ha attraversato la penna di Charles Dickens quanto la macchina da presa di Ken Loach, giusto per esemplificarne i massimi esponenti. Certo, il discorso andrebbe ampliato ad altri luoghi nel mondo (anche a noi molto vicini) e tempi nella Storia (anche contemporanea), ma la riflessione etico/estetica di Andrea Arnold si avvale soprattutto di questi riferimenti autoctoni, anche quando utilizza un contesto umano e sociale americano. Ma per la cineasta nata e cresciuta nelle case popolari della desolante Dartford quel tipo di immaginario era già davanti ai suoi occhi, si trattava solo di trovarne una formula espressiva. I suoi primi tre corti danno volti e voci potenti alle lacerazioni umane e sociali di cui Andrea è testimone diretta, una civiltà degli ultimi tragicamente alienata e privata dei beni fondamentali. Giovani raminghi che si trovano disperatamente a succhiare il latte (amore) dalla tetta di una donna ancor più disperata (Milk, 1998), ragazzi che in un’esplosione di rabbia uccidono a calci un povero cagnolino interrompendo un intercorso sessuale (Dog, 2001), giovani madri single che non hanno nulla di cui nutrire le figlie ancora piccole costrette a sedersi per strada attendendo gli avanzi dei passanti (Wasp, 2003). Una desolazione umana assoluta pari a quella da sempre portata sul grande schermo dal “maestro” Ken Loach, da Cathy Come Home (1966) passando per l’infanzia negata di Kes (1969) fino all’ultimo, straziante quanto meraviglioso I, Daniel Blake (2016) vincitore a Cannes della Palma d’oro nella stessa edizione in cui Andrea Arnold portava a casa il Prix du Jury per American Honey.

Cathy Come Home (1966) e Kes (1969) di Ken Loach

Ma Arnold, per quanto possa sembrare in alcuni tratti dei suoi testi, non è un emulo di Loach: se indubbiamente ne ha assorbito il profondo approccio realistico atto alla denuncia sociale e politica, ella non necessita dell’immaginario di “Ken il rosso” per soddisfare il proprio discorso cinematografico giacché – come si diceva - lo conosce direttamente. In altre parole, Andrea Arnold e il suo più anziano collega condividono un’ispirazione e aspirazione simili benché ambientate in tempi storici diversi, per quanto - purtroppo - ugualmente terribili. “E’ difficile ma bisogna provarci, bisogna presentare la realtà per quella che è” dichiarava The Guardian nel 2006 e – coerentemente – Andrea ha sempre optato per film a basso budget (quanto meno finora e in confronto alle grandi produzioni) anche perché ciò “permette un cinema più agile”. D’altra parte il suo processo creativo nasce in modo semplice, “basic”, (“mi basta un’immagine, un attimo, un incontro, una sensazione”) e si traduce in narrazioni audiovisive i cui unici effetti speciali sono l’essere umano e i dettagli che lo definiscono.  I suoi racconti, che sempre partono e arrivano alla civiltà degli ultimi “formato junior” tranne Red Road sono romanzi di emancipazione eterni, tutti osservati dal punto di vista femminile ad eccezione dell’unico lungometraggio il cui soggetto non è originale, ovvero Wuthering Heights.

Essential Brontë

La copertina della prima edizione di Wuthering Heights (1847) e il titolo di testa scelto da Andrea Arnold per il suo adattamento cinematografico

Non pensavo avrei mai adattato qualcosa per il cinema che non fosse mio” dichiarava la cineasta alla BBC nel 2010, ma davanti a Cime tempestose la regola ha concesso la sua eccezione. E non è solo perché è “un romanzo da sempre vicino al mio cuore”. La ragione profonda richiama ancora quella civiltà – anzi “dignità” – degli ultimi che costituisce l’ossatura tematica delle sue storie. Per questo, prima ancora di adattarlo sul grande schermo, Andrea già lo accostava al suo allora recente Fish Tank: è probabile il capolavoro di Emily Brontë datato 1847 le fosse caro perché mostrava dei cuori adolescenti che pulsavano con gli stessi battiti dei suoi giovani eroi, sia quelli passati sia quelli che sarebbero arrivati di lì a pochi anni. 

Wuthering Heights (2011)

Dialoghi rarefatti, la natura ruvida e potente dalle ombreggiature verde/blu, macchina da presa intonata sulle inquietudini dei protagonisti e montaggio che ne accompagna – intensificandola – la spirale autodistruttiva.  Il lavoro compiuto dalla regista inglese sul testo della scrittrice sua connazionale ne traduce la sostanza purifcata da ogni elemento decorativo e semplificata dalla struttura a matrioska, andando a cogliere quella che è la essential Brontë, nella tridimensionalità di corpi, anime e spiriti. Attraverso la mescolanza fra lo Zeitgeist post-romantico/vittoriano e il suo tipico sguardo realistico/sensoriale, Andrea Arnold sembra aver confezionato quella che – ad oggi – risuona come la cine-trasposizione definitiva del celebre testo brontiano. E questo si riduce nel vocabolo “rustic” [rustico, grezzo, crudo], ovvero quello utilizzato da Charlotte Brontë, la sorella di Emily, nella prefazione alla prima edizione di Wuthering Heights mentre ne descrive ambiente/atmosfera: 

“E’ tutto rustico. Moresco, e selvaggio, e aggrovigliato come una radice della brughiera[1]

Wuthering Heights (2011)

Allo stesso modo in cui Andrea ha situato diversi dei suoi lavori precedenti a Wuthering Heights nei luoghi natii e ad essi molto simili, Emily situa il suo capolavoro “sulle sue colline native, che per lei erano ben più di uno spettacolo naturale[2]. E’ ancora la sorella Charlotte a scrivere ed è evidente la comunanza con la cineasta del Kent orientata a raccontare gli ambienti esperiti, famigliari.  Ma ciò a cui tiene maggiormente Arnold è il sapore autentico dei “caratteri”, specie quello di Heathcliff a cui affida il punto di vista del suo adattamento. Prendendo alla lettera la descrizione del ragazzo (poi divenuto uomo):

Ha l’aspetto di uno zingaro dalla pelle scura[3]

Solomon Glave e James Howson, Wuthering Heights (2011)

Così facendo non solo interrompe radicalmente un immaginario collettivo che perdura da sempre rispetto al “romantico e maledetto” Heathcliff, ma ne intensifica la condizione di reietto ed emarginato, di “ultimo fra gli ultimi”, disprezzato per la condizione di miserabile orfano ed anche discriminato “visivamente” in quanto “nigger”. L’approccio realistico di Arnold ha la meglio sull’antica – e “sbiancante” - visione mitizzata. Naturalmente Heathcliff – come da personaggio originale del testo – aderisce in pienezza allo spirito di “ribelle per natura”, il mantra di Arnold. E non si piega alle derisioni. 

“I shall not stand to be laughed at” [non starò qui a farmi deridere]

Va da sé che Catherine (Cathy) sia il suo uguale e opposto: candida di pelle e di animo, con un’innocenza nello sguardo e nel “sentire” che non le fanno accorgere della pelle nera. La sua caduta dall’Eden (“Adamo ed Eva si accorsero che erano nudi”) sopraggiunge quando la ragazza viene in contatto con la ricchezza, e con quelle “good manners” che le erano estranee. Ciò costituisce il crash fra classi sociali portato alla misura di adolescenti, e contestualmente lo scontro con le leggi della natura.

Il tema, come si è detto più volte, è molto caro ad Andrea da proletaria, britannica e donna, che decide dunque di portare fino alle estreme conseguenze la disumanizzazione causata dalla divisione in classi sociali. Divisi forzatamente dalla società e da caratteri difficili, Heathcliff & Cathy sono tuttavia principalmente vittime di un amour fou ingestibile per definizione. La loro passione assoluta, violenta e sinistra si consuma nell’assenza naturale sublimata in presenza soprannaturale, divenuta fra le più definitive e straordinarie della letteratura mondiale. Attorno al nucleo tragico del romanzo Andrea Arnold crea una seduzione visionaria altissima e profonda, portando lo spettatore col suo cinema immersivo dentro alla naturalezza con cui la teenager Cathy intuisce la potenza reincarnatrice dell’amore, perché ella continua ad amare Heathcliff anche se lui è assente, come farà lui quando lei sarà morta.

[Lui è più me di quanto io stessa non sia. Di qualunque materia le nostre anime siano composte, la sua e la mia sono la stessa. (..) Il mio amore per Heathcliff assomiglia alle rocce eterne qui sotto: una fonte appena visibile al piacere ma necesaria. Nelly, io sono Heathcliff!] [4]

 

Wuthering Heights (2011). Da sinistra a destra, il momento in cui Cathy rivela l’amore per Heathcliff e il bacio “post mortem” del giovane all’amata ormai defunta.

Mentre si esprime, della ragazza (interpretata da Shannon Beer) si vede solo una parte del corpo attraverso la serratura, il suo vedere/essere vista è filtrato e il parlare è sussurrato: un dispositivo narrativo/estetico assai presente nel cinema di Andrea Arnold, come si avrà modo di considerare in seguito.

 


[4] Id, pp. 80-81.


[3] “He is a dark-skinned gipsy in aspect” (Emily Brontë, Wuthering Heights, Penguin Books, 1994, p. 21)


[2] “Her native hills were far more to her than a spectacle” (ibidem)


[1] “It is rustic all through. It is moorish, and wild, and knotty as a root of heath” (Preface by Charlotte Brontë to Emily Brontë, Wuthering Heights, Penguin Books, 1994, p. 14)

Street Casting

Sasha Lane (American Honey, 2016) / Katie Jarvis (Fish Tank, 2009)

Quando Andrea mi ha trovato per American Honey non avevo mai provato tanto amore per la vita come in quel momento. Prima di questo film stavo morendo” (Raymond Coalson)

Dalle stazioni ferroviarie inglesi alle spiagge della California. Poco importa dove e come le ha trovate, ciò che conta è che non arrivassero dai book degli agenti di casting. Perché la “realista” Arnold lavora così, con uno street casting ai limiti della casualità. Ciò che va cercando nei suoi protagonisti – nella fattispecie che cercava nelle due leading characters di Fish Tank e American Honey – è una speciale “luce accesa negli occhi” invisibile ai più ma che lei, esperta osservatrice, sa riconoscere.

Ogni essere umano ha un immenso potenziale, perché ciascuno che si trova là fuori – nel bene o nel male – ha una storia che lo definisce. L’umanità si trova ovunque” sentenziava Arnold nel 2016 a i-D. Facendosi a suo modo erede di un certo Neorealismo così come del profeta Pasolini, Andrea si mescola alla folla, si siede (appostata) agli ingressi dei supermercati, osserva le stazioni ferroviarie, nei parcheggi, cammina lungo le “vasche” metropolitane dei teenager: insomma luoghi comuni con gente comune la cui luce “accesa” sia libera da sovrastrutture.  Così ha trovato la 15enne Katie Jarvis, pressp un binario di Tilbury Station mentre litigava furiosamente col suo ragazzo. Nessuna esperienza di recitazione, mai visto un set. Arnold la avvicina, le propone di rivedersi, le assicura che non ci sono imbrogli: la luce di Katie era già accesa, e negli occhi di Andrea lei era già Mia, l’adolescente della desolante provincia britannica che sogna di ballare in tv ma è felice anche sopra un carrello della spesa del market sotto casa. Perché Fish Tank, in fondo, è “casa Arnold”.

Fish Tank (2009)

Ma anche nei remoti States la cineasta del Kent ha cercato lontano dalle cartoline, trovandovi su una comunissima spiaggia la vibrante Sasha Lane che trascorreva il suo Spring Break. Come lei ben 11 dei 15 ragazzi del corale American Honey arrivano da un “nowhere” remoto e sotterraneo. Ed alcuni di loro erano veri homeless, raminghi senza scuola o lavoro, abbandonati a loro stessi. Ecco tornare la “civilità degli ultimi”, e un po’ come fece Mr Earnshaw al piccolo orfano Heathcliff, Andrea ha dato loro una famiglia in cui rintracciare un senso di comunità e una ragione per guardare avanti. “Grazie a questo film abbiamo formato una grande famiglia, quella di cui avevamo bisogno e non lo sapevamo. A modo suo Andrea ci ha salvato la vita” dicono in coro gli ex outcast dell’America profonda, oggi speranzosi ma allora destinati a chissà cosa, dove e perché.

American Honey (2016)

“Non ho mai fatto provare i miei giovani non-attori: i sentimenti dell’attimo non possono più ripetersi” (Andrea Arnold alla BBC, 2010)

Anche il metodo di lavoro messo a punto da Arnold può leggersi come “romanzo di formazione”: girando in sequenza ed evitando di fornire ai suoi “non-attori” la sceneggiatura, se non alcune pagine quotidiane, la regista li ha diretti attraverso l’osservazione. “Volevo fossero loro stessi; ho filmato le loro azioni e reazioni, poi li ho guidati, protetti, incoraggiati verso la strada che volevo prendesse il film” (The New Yorker, 2016). Nel caso di American Honey, Andrea li ha anche mandati a fare esattamente ciò che racconta il film stesso, cioè a vendere riviste a domicilio. “Li ho anche autorizzati a tenersi il guadagno!”.  

 

Fiabe Dark

Katie Jarvis e Michael Fassbender, Fish Tank (2009) / Kaya Scodelario, Wuthering Heights (2011)

Se fin da piccola Arnold si è sentita attratta da “the dark side” della vita, questo è andato crescendo nel tempo, sviluppandosi in una poetica non distante dalle fiabe dark. Ogni suo lungometraggio (e parzialmente cortometraggio) fin ora realizzato, ad eccezione di Red Road, è un Romanzo di formazione a tinte nere. Certamente Wuthering Heights è anche altro, ma non rinuncia a presentare gli elementi portanti del Bildungsroman poi annientati dall’amour fou in quell’immenso “horror of great darkness” [orrore di grande oscurità] come Charlotte Brontë definiva il lavoro della sorella Emily. Sviluppando i tipici macrotemi dell’adolescenza (la nascita dei sentimenti e la gestione delle pulsioni sessuali, i rapporti conflittuali con l’autorità, il rispetto delle regole) Andrea Arnold organizza la sua narrazione attraverso l’uso di elementi fortemente simbolici, spesso desunti dalle fondamenta della fiaba classica. E al centro, naturalmente, è il Sogno ad occhi aperti: la spinta irrazionale verso una vita migliore, previa una scelta coraggiosa, di vero eroismo.

Michael Fassbender e Katie Jarvis, Fish Tank (2009) / Shannon Beer e Solomon Glaves, Wuthering Heights (2011)

Principesse e principi azzurri, madri-matrigne/padri-patrigni crudeli o inadatte, sorelline da proteggere, cavalli bianchi ed orsi bruni che compaiono all’improvviso, ma soprattutto sfide da combattere.  Mia di Fish Tank e Star di American Honey altro non sono che inconsapevoli (ma ribelli) Cenerentole che sognano il Principe Azzurro. Andrea Arnold, la loro fata buona, le inquadra spesso al centro o in soggettiva (per evidenziarne il punto di vista), costantemente in prossimità al loro corpo/volto, quasi volendone investigare sogni e pensieri. Entrambe hanno un Sogno: Mia vuole danzare, Sasha vuole guadagnare dei soldi per allontanarsi da una pseudo-famiglia mostruosa. Ma anche per la giovane madre di Wasp e per la protagonista teenager di Dog la comparsa di possibili “principi azzurri” diventa l’incarnazione sia del desiderio amoroso che di un’auspicata emancipazione personale.

da sinistra a destra, Michael Fassbender (Fish Tank, 2009), Shia LaBeouf (American Honey, 2016), Danny Dyer (Wasp, 2003), Freddie Cunliffe (Dog, 2001)

Il rovescio della medaglia – il lato dark - è la constatazione che quei possibili Prince Charming altro non sono che delle anime dannose, giacché intimamente danneggiate loro stesse.  Me è impossibile per queste “Sleeping Beauty” rendersene conto: l’attrazione verso il corpo maschile, un universo ancora poco (o mal) conosciuto, è irresistibile quanto fatale. Ai fini narrativi e drammaturgici di una fiaba che si rispetti è necessario il momento di crisi, la “caduta degli dei”, nel caso specifico il disvelamento del lupo sotto le mentite spoglie del bravo e fascinoso giovane. 

Michael Fassbender, Fish Tank (2009) / Shia LaBeouf e Sasha Lane, American Honey (2016)

 “Uno dei talenti di Arnold rivelati nei film è la sua avventurosa esplorazione della sessualità femminile” scriveva Amy Raphael nel 2009 su The Guardian. E, in effetti, Andrea Arnold manifesta una capacità straordinaria nell’innescare l’attrazione erotica. Il suo cinema, contemporaneamente realistico e simbolico, riesce con inquadrature e giochi di luce seducenti e perfetti (vedere/non vedere), rumori naturali e gesti dalla sensualità quasi “animalesca” a restituire la chimica fra i protagonisti, già creata ab origine in un casting perfetto.

Da sinistra a destra, Shia LaBeouf e Riley Keough, American Honey (2016), Wuthering Heights (2011), American Honey (2016), Fish Tank (2009)

Un’altra cifra tematico/linguistica nel cinema delle fiabe di Arnold è la presenza costante della danza. Si tratta di un riferimento profondamente autobiografico. 

“Ho sempre amato ballare, ma non sono mai andata a scuola di danza. Ho fatto delle audizioni, persino per il musical Cats, e alla fine qualcosa l’ho fatta di “professionale” in questo senso, essendo entrata nel corpo di ballo di Top of pops da giovanissima. Un modo di guadagnarmi da vivere dopo aver lasciato la famiglia. Nella vita, ogni giorno, trovo un modo per danzare: praticamente ballo in continuazione!” (NPR, 2016) 

La danza come naturale movimento del corpo. Muoversi “ballando” per Andrea Arnold esprime una pluralità di significati: dalla riunificazione famigliare (è il finale di Fish Tank), alla forma di aggregazione comunitaria (American Honey) e al Sogno di una vita migliore o fuga dalla realtà (ancora Fish Tank). Le eroine e gli eroi di Andrea sono spesso colti in danze tanto solitarie quanto in compagnia, sensuali o tribali, dolorose o gioiose.

American Honey (2016) e Fish Tank (2009)

 

Wasteland(s) - Natura viva e Animalia

Pozzi di gesso, campi, boschi e autostrade”. Ecco cosa vedeva da casa sua la piccola Andrea, immersa nella periferia della cittadina Dartford, Kent, un contesto ambientale certamente poco attraente ma ai suoi occhi infantili ricco di magia, “andavo sempre in esplorazione”, ha rivelato nel 2016 a The New Yorker. Quel tipo di paesaggio suburbano spurio e desolante è presente nei suoi cortometraggi (soprattutto Wasp girato esattamente vicino a casa) e Fish Tank

Fish Tank (2009)

“Percepisco una strana bellezza sulla A13 che porta da Londra a Southend” (Andrea Arnold a The Telegraph, 2009)

Il paesaggio non è mai ornamento nel cinema di Andrea Arnold. Tanto la wilderness feroce mostrata in Wuthering Heights (la fotografia magnifica racchiusa nel formato 4/3 e dai forti contrasti luce/ombra del sodale di Robbie Ryan ha vinto il premio come contributo artistico alla Mostra veneziana nel 2011) quanto gli ambienti delle periferie profonde e disagiate hanno forte valenza narrativa e drammaturgica, e ciò vale sia dal punto di vista visivo che sonoro. Erede di un retaggio culturale tipicamente inglese che – come si diceva - rimanda al cuore del Romanticismo letterario per cui “i poeti raramente parlavano dei grandi temi – vita, morte, amore, gioia, infelicità, o Dio – senza parlare al tempo stesso del paesaggio[1], riesce a restituire l’ossimoro di “bellezza e brutalità” (di cui si è parlato) con l’armonia da grande poetessa. Il risultato è un paesaggio naturale, umano & sociale in cui regna la vita, qualunque “elemento” contenga.

Wuthering Heights (2011) e American Honey (2016)

Fra le peculiarità “messe in quadro” da Arnold si riscontra una curiosa abbondanza del mondo animale. Cani, cavalli, orsi, uccelli e soprattutto numerosi insetti, di ogni tipo. E l’attrazione verso l’universo zoologico non si limita allo sguardo, ma arriva addirittura a definire alcuni titoli di film, come per due cortometraggi: Dog e Wasp. In entrambi i casi, l’animale “soggetto” del narrare interagisce con i giovani protagonisti: nel primo caso con gli adolescenti mentre amoreggiano, nel secondo caso con il minore dei figli di Zoe nella cui bocca aperta entra una vespa.

Fish Tank (2009) e Wuthering Heights (2011)

Ma gli animali, specie gli insetti, fungono soprattutto da potenti veicolatori di allegorie, simboli e similitudini, in altre parole assurgono a originalissime figure retoriche visive. Se il cavallo bianco (da sempre simbolo di purezza) incontrato casualmente nella “wasteland” da Mia in Fish Tank è il preludio all’arrivo del (vero) principe azzurro, cioè il ragazzo che poi la salverà portandosela in Galles, la cattura del pesce da parte di Connor (Michael Fassbender)  durante la gita al laghetto assume evidenti connotati erotici per ciò che avverrà fra lui e Mia. Sono gli insetti, comunque, a fare da padroni. Quasi in veste di entomologa, Arnold imbastisce un’amplia e variegata gamma di esserini volanti e striscianti dando sfogo alla sua passione per i dettagli e per l’obiettivo “macro” e, contestualmente, sottolineando ancora una volta l’adozione del punto di vista – della “visione di mondo” - dei più piccoli, degli indifesi: Andrea Arnold sta dalla loro parte.

[1] Marcello Pagnini (a cura di), Il Romanticismo. I contesti culturali della letteratura inglese, Il Mulino ed, 1986, p. 178.

 

 

 

Il mondo sbirciato: finestre e monitor

Kate Dickie, Red Road (2006)

Mantenere il mistero nei film è estremamente importante. Tendiamo tutti a spiegare troppo, privando gli spettatori di alimentare curiosità e farsi domande”. Così Andrea Arnold nel 2016 dichiarava la sua passione per il mistero, il segreto, quel visto/non visto o detto/non detto volti ad amplificare le ambiguità e dunque ad aprire il senso del narrare e il gusto del dramma. Un espediente visivo per attivare tale intenzione è l’uso di “mediazioni ottiche” come strumenti di conoscenza del mondo: finestre, monitor (computer, videocamere e televisori), serrature, specchi.

Fish Tank (2009), American Honey (2016) e Wuthering Heights (2011)

Una scelta, la sua, coerente anche a quel suo sentirsi più a suo “agio e felice dietro la macchina da presa e non davanti” (Scotsman, 2009), benché agli esordi della sua carriera, la giovane Andrea lavorasse “davanti” alla videocamera televisiva – come attrice - in spettacoli per bambini e adolescenti. Forse è proprio quel passato, di cui non ama raccontare, che l’ha indotta a nascondersi, assumendo così il controllo del vedere senza essere vista. In tal senso è emblematico il suo esordio in lungo, Red Road (2006), nato da un progetto danese e coerentemente girato secondo alcuni dettami del Dogma 95, che racconta di un’operatrice di sicurezza: attraverso le CCTV ella scopre il mondo esterno ma anche parte del proprio passato. Dal punto di vista dello sguardo è infine rilevante notare la scelta dei formati: sia per Wuthering Heights che per American Honey è stato adottato in concerto con l’autore della fotografia Robbie Ryan il 4/3, un formato ormai raramente frequentato dai cineasti.

Fish Tank (2009), American Honey (2016)

Musica e canzoni

Nel cinema di Andrea Arnold prevale l’assenza dalla colonna musicale originale (ovvero con musiche composte appositamente per il film) a favore dell’uso di canzoni pre-esistenti l’opera. Ciò si manifesta soprattutto in American Honey (ma anche parzialmente in Fish Tank) la cui selezione di canzoni è orientata ad interagire con i dialoghi attraverso testi scelti appositamente a rafforzare le scene in corso. Essendo diegetica (la fonte sonora è presente nell’opera) gli attori in campo ascoltano la musica esattamente come gli spettatori (al contrario la musica extradiegetica proviene da fonte sonora assente nel film ed è ascoltata solo dagli spettatori). Laddove non si pone la necessità di rafforzare la testualità narrata, Arnold preferisce il silenzio, come è tipico di una certa tradizione nel cinema realistico: in tal senso i fratelli belga Jean-Pierre e Luc Dardenne e il rumeno Cristian Mungiu possono considerarsi fra i modelli contemporanei più rappresentativi.

American Honey – Lady Antebellum                     Choices (Yup) – E-40

 God’s Whisper – Raury                                        We Found Love – Rihanna Feat. Calvin Harris

Film review

UN/CONTAINED di Catherine Grant - Video Essay

WOMEN IN LANDSCAPES di Jessica McGoff - Video Essay

Wuthering Heights: A Musical

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