Scelte di Classe
Charley Thompson
(Lean on Pete)

La leggenda di un continente da scoprire sulla strada
di Alice nella città
pubblicato il 9-04-2018

Se esiste un genere in cui gli scrittori e registi nord americani sono da sempre maestri difficili da eguagliare, è il romanzo di formazione on the road: chilometri e chilometri di strada e di vita da percorrere, avventura, scoperta di sé, un po’ vagabondando in quell’America polverosa e ribelle che abbiamo imparato ad amare da Kerouac in poi. L’Inghilterra ha l’orfano dickensiano e le sue innumerevoli declinazioni, gli Stati Uniti il giovane alla ricerca del proprio posto nel mondo. Un genere che ha dato ovviamente esiti assai differenti, ma che ancora resta terreno fertile e che più di altri è diventato emblema di una letteratura giovane, spesso audace e sperimentale, da tempo ormai affrancata dal modello europeo e che aveva trovato nel romanzo on the road il mezzo ideale per rappresentare miti e insicurezze di generazioni di giovani ribelli. Oggi, non mancano esempi di un genere con cui ancora molti registi si misurano, ma il più sorprendente e per certi aspetti interessante film di formazione è senza dubbio Charley Thompson di Andrew Haigh, - con Charlie Plummer, Steve Buscemi, Chloë Sevigny, Travis Fimmel, Steve Zahn -, che torna al cinema con una storia ispirata al breve romanzo malinconico e allo stesso tempo pieno di speranza di Willy Vlautin, pubblicato in Italia da Mondadori con il titolo La ballata di Charley Thompson. Protagonista è un ragazzino rimasto solo, in viaggio attraverso un’America polverosa e violenta, popolata di personaggi eccentrici.

Nella sequenza di apertura di Charley Thompson l’adolescente protagonista calza un paio di scarpe da ginnastica ed esce per una corsa: la sua maratona solitaria in un sobborgo desolato di Portland fa pensare a Gioventù, amore e rabbia (1962) di Tony Richardson, che fu il primo potentissimo ruolo al cinema di quel Tom Courtenay con cui il regista britannico Andrew Haigh ha lavorato in 45 anni (2015). Il personaggio di Charley (Charley Plummer Premio Mastroianni per giovani attori emergenti – Venezia 74) condivide con quel progenitore l’estrazione sociale estremamente modesta e il desiderio di trovare un posto nel mondo ma Charley non è un arrabbiato, è piuttosto un giovane tenero e profondamente solo come lo erano anche i protagonisti del primo film di Haigh, il bellissimo Weekend (2011). La prima parte del film ci presenta l’universo sociale ed emotivo del ragazzo che durante una delle sue corse in solitaria, nel tedio estivo di una cittadina in cui ancora non si è ambientato, scopre poco lontano da casa un vecchio ippodromo e un po’ per fascinazione di quello strano mondo un po’ per necessità di racimolare qualche soldo, inizia a lavorare per lo strano Del Montogomery (Steve Buscemi) impresario ippico e proprietario di alcuni cavalli che il ragazzino inizia ad accudire.

Del si muove nell’universo dei cavalli quarter, bestie con poca resistenza che corrono su brevi distanze, e il film si immerge in questo sottobosco di gare e scommesse. Del è infatti un manigoldo abbacchiato che si intuisce averne fatte di cotte e di crude. Charley lo aiuta a cambiare una ruota del camion e finisce per diventarne il tuttofare, mozzo di una nave che sembra in procinto di colare a picco ma è ancora capace di qualche prova di resistenza. Proprio come Bonnie (la sempre magnetica Chlöe Sevigny), fantina non più giovane della scuderia di Del, che procede quasi per inerzia ma ha ormai esaurito ogni riserva di ambizione e di coraggio. È un mondo competitivo e violento, dove le sconfitte si pagano a carissimo prezzo e lasciano segni indelebili sulla pelle. Ma è anche un mondo pieno di fascino e mistero, di cui giorno dopo giorno Charley inizia a intuire i meccanismi e si affeziona a quegli animali sfruttati senza pietà. Le lunghe giornate solitarie e le troppe notti in cui la casa rimane vuota, Charley trova nell’ippodromo un nascondiglio perfetto dove ignorare il caos e la solitudine della propria vita: a quel vecchio cavallo che non vince quasi mai, Lean on Pete, a cui il ragazzino confessa sogni e frustrazioni, i mille dubbi di quella vita sconclusionata che si trova a vivere, la paura che gli stringe lo stomaco quando il padre resta lontano da casa per troppo tempo. Tra competizioni, imbrogli, fantini sovrappeso e frustrazioni, Charley si addentra in un mondo corrotto e violento, troppo crudele per un ragazzino solo incapace di arrendersi alle regole brutali di quell’ambiente. Al pari del peggior antieroe dickensiano, Del Montgomery attrae e allo stesso tempo spaventa il ragazzino; scostante, crudele, disonesto, Del sfrutta le povere bestie e le persone che lavorano per lui, organizza imbrogli e spinge i cavalli fino allo stremo delle loro forze facendoli correre spesso imbottiti di droghe e malati. Ma quando, dopo l’ennesima sconfitta e la mancata vendita, Del decide di disfarsi del povero Pete, Charley intuisce il tragico destino che aspetta l’animale.

Il protagonista del mio film– ha dichiarato il regista Andrew Haigh - va nella direzione opposta. Va ad Est; La libertà non lo interessa, lui vuole protezione. E durante quel viaggio il film mette in discussione il mito, poiché chiarisce come l'Occidente tenda ad abbandonare le persone più vulnerabili, al loro destino”.

Charley si rivela così capace di ribellione, forse di una superbia folle, ma animata da un desiderio non egoista. Così inizia la seconda parte del film che si arricchisce di una dimensione epica e sociale steinbeckiana: inizia un vagabondaggio sempre più disperato, prima in auto e poi a piedi, lungo strade secondarie polverose ed assolate: Charley e Lean on Pete intraprendono una traversata dell’America che reinterpreta il mito della frontiera spostandola verso Est, perché il ragazzo si dirige in Wyoming dove da anni vive la zia Martha (Rachael Perrell Fosket), l'unica figura materna che Charley vuole, poiché l’orizzonte agognato è soprattutto quello della conquista della sua Itaca, di una stabilità affettiva. Haigh in questa immersione nella wilderness americana rivisita la grande epopea del West in chiave antieroica e anti-individualistica, interpretata con toni tenui dal direttore della fotografia Magnus Nordenhof Jønck. Il mito del sogno americano, che si basa sulla ricerca della libertà e sull'idea che per trovarlo devi andare ad ovest.

(Fig.1 Il Cavaliere elettrico di Sydney Pollack 1979 - Fig.2 Un uomo da marciapiede di John Schlesinger 1969)

Charley non sa andare a cavallo e quindi cammina accanto a Lean on Pete. La fatica fisica dei personaggi, l’immersione in grandi spazi naturali, gli incontri che nell’insieme delineano il ritratto di una società americana di reietti e di violenti ricorda Into the wild di Sean Penn. Charley non è un cowboy e se lo fosse sarebbe piuttosto un Midnight Cowboy, meno John Wayne e più Jon Voight. Haigh ha introiettato perfettamente il mondo del cinema e della cultura americana, li sa dosare e li sa abbracciare più d’una volta viene in mente Il cavaliere elettrico di Sydney Pollack. Ci sono anche echi di un altro film dell'Oregon con una componente stradale, Belli e dannati di Gus Van Sant, dove il ruolo dei ragazzi è un confronto costante con il mondo adulto. Anche in questo caso, Charley Thompson  sembra, essere ambientato in un mondo fatto di soli adulti, dove Charlie è l’unico ragazzino da cui viene preteso troppo e subito. È un’America senza tempo, di strade secondarie e stravaganti personaggi, soldati in licenza che cercano di dimenticare l’orrore della guerra, famiglie da cui tornare dopo una giornata di pesante lavoro, giovani in cerca di fortuna, ragazze in fuga; ma anche squilibrati e violenti, genitori affidatari e ragazzini bugiardi, ladri e alcolizzati, vagabondi come Charley ognuno in cerca di qualcosa. Ma niente in fondo sembra annientare la cieca speranza del giovane Thompson, che ostinatamente supera ogni prova, mette a tacere paura e insicurezze, fantasmi del passato che puntualmente tornano a tormentare le sue notti.

Penso che tutti gli esseri umani – sottolinea  Haigh - si sentano molto soli, e l'obiettivo essenziale della nostra vita è di fuggire dalla solitudine. Sia attraverso le nostre relazioni o il nostro lavoro, cerchiamo di fuggire da noi stessi.

(Oliver Twist di Roman Polanski 2005)

Charley è un innocente Oliver Twist continuamente messo alla prova, un Hucleberry Finn in fuga in un mondo di adulti complicati; è un giovane solo e spaventato che nonostante tutto cerca disperatamente di conservare un poco di quella purezza rimasta. È faticoso seguire Charley in questo suo viaggio, in questa lunga corsa a perdifiato, che sembra quasi ricordare lo sguardo del giovane Antoine Olivier Pilon nel ruolo di Steve, nell’acclamato Mommy di Xavier Dolan: rappresenta la disperata ribellione della propria generazione, capace di costruire la leggenda di un continente da scoprire sulla strada, raccontato con voce spesso cruda ma vivissima, dove la storia è un iceberg in cui l’immerso, il non detto, è tutto da scoprire.

Nota a margine: Oltre che scrivere, Willy Vlautin è già noto come leader del gruppo alternative country dei Richmond Fontaine: nel pezzo A Ghost I Became – con sua voce roca, sofferta, eppure a suo modo calda, come la sua scrittura – racconta di un ragazzino incontrato in una stazione di servizio nel New Mexico. Vien da immaginare che sia Charley, in uno dei suoi giri. Non a caso nei fotogrammi di chiusura Haigh, accompagna i titoli di coda con una ballata contemplativa dei Richmond Fontaine.

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