Scelte di Classe
Il coraggio della verità
(The Hate U Give)
La sparatoria di una gioventù disarmata
di redazione Alice nella città
pubblicato 17.02.2019

“The Hate U Give Little Infants Fucks Everyone”

«L’odio con cui crescete i bambini fotte tutti quanti», abbreviato con l’acronimo T.H.U.G. L.I.F.E.: si può tradurre così la frase di Tupac Shakur, attivista e rapper assassinato nel 1996 da una gang rivale, da cui Angie Thomas ha tratto ispirazione per scrivere il romanzo per ragazzi, The Hate U Give, Best Seller negli USA e oggi lungometraggio diretto da George Tillman Jr. (da Men of Honor a La Risposta è nelle Stelle), presentato alla 13 Festa del Cinema di Roma. La trama è strappata ai titoli dei giornali: un giovane uomo di colore, Khalil (Algee Smith), viene ucciso a colpi di arma da fuoco dalla polizia durante una sosta, ma ovviamente non è tutta la storia. Non lo è mai. La polizia e i media prendono la via fin troppo facile e battuta per cercare di dipingere Khalil come un delinquente, uno spacciatore di droga che potrebbe aver cercato un'arma quando il poliziotto gli ha sparato per "autodifesa". Ma c'è un altro lato della storia, ed è qui che entra in scena la protagonista del racconto. Starr Carter (Amandla Stenberg), era in macchina quando Khalil è stato colpito, ed è l'unica testimone oculare che può raccontare la verità davanti al Gran Giurì, rischiando di essere minacciata da razzisti e facinorosi, nonché dalla stessa polizia che ha ucciso un giovane innocente senza motivo.

Anche lei, vive a Garden Heights nello stesso ghetto di Khalil, un quartiere che ha conosciuto per tutta la vita, in cui sua madre Lisa (Regina Hall) lavora come infermiera clinica e suo padre Maverick, interpretato da un notevole Russell Hornsby, possiede un negozio di generi alimentari. Ma al tempo stesso vive sulla sua pelle una dualità che la destabilizza: Starr è una studentessa ben integrata nel dorato liceo Williamson, popolato quasi per intero da ragazzi bianchi. Starr, si destreggia tra due mondi: la sua scuola privata, dove eccelle ma dove non si sente mai realmente integrata, e il suo quartiere di casa, dove lei e la sua famiglia fanno del loro meglio per stare lontano dagli affari della droga e dalla violenza. George Tillman Jr. gioca a carte scoperte sin da subito, regolando questa sorta di “infiltrazione” (no, quella raccontata da Spike Lee in BlackkKlansman era un’altra cosa) con cromatismi differenti: la vita in famiglia, nel quartiere è restituita con luci calde, le situazioni scolastiche e di confronto con quell’altra realtà gestite con un’illuminazione bluette tendente all’asettico e vetroso. E in fondo il film è tutto basato su questo acceso contrasto, con il quale dapprima la protagonista è costretta a fare i conti a livello solamente intimo e personale (“Quando vado a scuola mi trasformo in Starr 2.0”), oltre ovviamente con noi spettatori, verso i quali la voce narrante della ragazzina spesso è rivolta, poi invece la questione si ingigantisce e tale “scissione” assume i connotati di una vera e propria battaglia seguita da una colonna sonora significativa, che arriva con forza, scandendone i momenti salienti. In nome della verità. E dei diritti.

Ma il libro di Angie Thomas come il film, adattato per lo schermo da Audrey Wells, non riguarda solo quelli che abitano quartieri svantaggiati o che sono segregati dal punto di vista socio-economico; questo film, cavalcando l’onda del (nuovo) cinema afroamericano, fa tanto per umanizzare una situazione che per molti di noi è vissuta solo come parole e immagini provenienti dal nostro televisore. Riguarda TUTTI gli spazi liminari e scomodi che le persone di colore spesso si trovano ad abitare. Ci mette nella posizione di coloro le cui comunità soffrono ogni giorno di questo tipo di paura istituzionalizzata, e non è una posizione comoda. Ci racconta, la complessità delle condizioni sociali che portano alla tragedia che sta alla base di queste situazioni: la sparatoria di una gioventù disarmata. Non intendo solo l'ovvia tragedia delle famiglie in lutto o delle comunità lacerate, ma la tragedia delle scelte impossibili a cui conduce la povertà, e il pregiudizio istantaneo della nostra cultura mediatica che troppo spesso elimina l'idea del beneficio del dubbio o dell'opportunità di una difesa giusta. È irragionevole e disumanizzante, ed è per questo che umanizzare storie come questa sono così importanti. Perché, la società non può progredire senza che le persone si capiscano a vicenda. Ma le storie ci aiutano a farlo.

Per questo, The Hate U Give sceglie di non raccontare la storia di Starr con un unico genere, ma spazia dal teen movie, al socio-politico, fino ad arrivare al procedural, ricco di tensione, colpi di scena ed esposizione mediatica. Quello che si percepisce, dal tatto con cui l’argomento viene affrontato, è una profonda conoscenza del tessuto sociale che caratterizza ogni cittadina americana, fatto di comunità più o meno ghettizzate, in base alla provenienza e alla posizione lavorativa. Una nazione duale e contraddittoria, dove ancora sono vivi focolai di estremismo razziale e ultradestra conservatrice, dove si permette alle forze dell’ordine di esercitare il potere su alcune categorie e dove è ancora presente la pena di morte. Pur presentando nel titolo la parola “odio”, è in realtà un film sull’amore, la necessità che le nuove generazioni costruiscano un mondo dove l’odio razziale sia solo uno spiacevole e lontano ricordo e dove non ci siano più disparità di trattamento tra categorie. Un messaggio di pace ma anche una feroce critica della società americana, che togliendo alcune scene madri (tipo quella nel prefinale col bimbo pronto a premere il grilletto…), sin troppo plateali e didascaliche, ci sembra scritto, diretto e interpretato con passione, facendo emergere una protagonista forte, un’eroina contemporanea, capace di emozionare e indurre un’attenta riflessione sulla questione afroamericana, che è tutt’altro che conclusa.

“Noi, vogliamo una fine immediata della brutalità della polizia e degli omicidi della gente nera”

Settimo comandamento del manifesto Black Panther Party

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