Scelte di Classe
Lady bird
(di Greta Gerwig)

Lo sguardo inquieto, insolente e nuovo delle rivoluzioni
di Alice nella città
Pubblicato 21.02.2018

«Chiunque parli di edonismo californiano, non ha mai trascorso un Natale a Sacramento». Joan Didion

“Tutto m’inghiotte”. Così direbbe di sé, la protagonista di questo film se dovesse presentare ai propri lettori, il suo personalissimo romanzo di formazione. A ben vedere, un adolescente scrive un diario perché sente un mondo sordo intorno a lui. È una situazione classica, e forse per questo la cinematografia e la letteratura per ragazzi ne è piena. Il destino di questi film e di questi romanzi è paradossale e in apparenza contraddittorio: finiscono per diventare rappresentativi del proprio tempo pur mettendo al centro personaggi che con il proprio tempo hanno un rapporto inconciliabile. Ma Lady Bird è un diario cinematografico atipico: è spiazzante e doloroso, idealista e ipocrita; egocentrico e generoso. E’ ribelle e conformista; appassionato e scettico. Un insieme unico di impulsi contraddittori e confusi, così come dovrebbe essere l'affermazione della propria individualità, anche quando non si è sicuri di cosa significhi.

All’inizio del film, nella sequenza dei titoli di testa in chiesa, le prime parole che vengono pronunciate sono: “Nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo.” Da ragazza adolescente pensi: “Bene, e dove sono io? Non sono né un padre, né un figlio né lo spirito santo.” E’ una sensazione tipo: “Dove mi colloco io in questa struttura patriarcale?” Dall’incipit di questa intervista, si capisce che il brillante esordio alla regia di Greta Gerwig è la cosa più lontana da un melodramma di gioventù impazzite, o dalla classica storia di formazione consolatoria o edulcorata. E’ un percorso à rebours semi-autobiografico, dove i codici del genere di appartenenza sono rivitalizzati da notevoli punte di originalità, che rendono il tutto, spiazzante e sincero. La Gerwig, musa del nuovo cinema indie americano, ci parla fondamentalmente della sensazione di vergogna e di tradimento legata alla crescita, del tempo che scivola via, del futuro che irrompe nel presente, dei legami dell’infanzia che continuano a vivere nel ricordo. Racconta gli adolescenti di questa generazione, del loro posto nella società, della loro sessualità, della loro maturità per affrontare i problemi, dei loro sogni destinati alla grandezza, anche quando gli adulti trovano molte ragioni per dubitarne.

«L’unica cosa interessante del 2002 è che è palindromo».

Christine McPherson (Saoirse Ronan, a 23 anni, già due volte candidata all’Oscar), che per dar voce alla sua ribellione preferisce essere chiamata Lady Bird questo è il suo nome, insiste, perché "è stato dato a me, da me”, è infatti incastonata in una realtà (la città natale, la famiglia, la scuola cattolica) che al tempo stesso odia e ama visceralmente, verso la quale riversa quel suo esplicito, brillante sarcasmo e da cui trae la forza per guardare oltre, verso quel sogno irreprimibile di trasferirsi a New York, sulla costa orientale, dove pulsa l’ambiente culturale cui sente di appartenere realmente. E dove forse, alla fine, ritroverà la sua vera identità; nome di battesimo compreso.



La sceneggiatura è eccezionalmente ben scritta, piena di giochi di parole e argomenti vivaci. A partire dal milieu proletario del film, in quel Midwest californiano che solo grazie ad autori di successo come Andrea Arnold (American Honey), Barry Jenkins (Moonlight) e Sean Baker (Florida project), sembra essere tornata al centro della discussione culturale del Paese. Lady Bird, non usa i cellulari, non è una millenial, ascolta le canzoni di Alanis Morissette, Ani Di Franco e Dave Matthews Band; non è un personaggio che definiremmo religioso, e non vive un’esperienza mistica, ma la religione è un’occasione per la sua trasformazione che prosegue nell’ambiente scolastico cattolico, con tanto di ostie non consacrate utilizzate come snack e con gustosi scherzi goliardici alle suore. Il realismo della Gerwig, gioca con lo spartito della tradizione - da Billy Wilder a Noah Baumbach - emana un romanticismo che fa rivivere le atmosfere nostalgiche del cinema di Wes Anderson, in chiave più intimista e melanconica. Soprattutto nel film c’è la dolcezza e la sincerità, che traspare dai personaggi femminili confusi, complessi, anche egoisti ma mai, mai banali. Ogni dialogo, svela che in tutte le affermazioni di sé c'è una buona dose di confusione: "Adoro il fatto - sottolinea la Gerwig - che Lady Bird sia un giovane personaggio femminile a cui è permesso sperimentare davvero il desiderio".

Voglio che tu sia la versione migliore di te", dice la madre Marion perennemente delusa e critica.
"E se questa è già la mia versione migliore?" Risponde Lady Bird.

Ma è soprattutto nel corpo a corpo tra i sogni di una ragazza non ancora adulta e la matriarca protettiva (un’eccelente Laurie Metcalf), che il racconto della Gerwig raggiunge il punto più convincete. Christine e Marion sono due facce della stessa medaglia, l’alfa e l’omega attorno cui tutto ruota: una, perennemente intenta ad afferrare il futuro, usando tutto quello su cui riesce a mettere le mani, per realizzare altrove, il proprio romanzo di formazione; e l’altra, poco propensa a sostenere i sogni velleitari della figlia, impegnata, attraverso una serie di acri e puntigliosi battibecchi, a riportarla verso più realistici approdi, siano essi legati alla loro casa, modesta ma dignitosa, per quanto dal lato sbagliato della ferrovia, oppure verso la prospettiva di un’istruzione nel college cittadino. Per usare le parole della regista: “Il rapporto madre-figlia è la storia d’amore del film. […] Volevo raccontare una storia che mettesse questo al centro e in cui, in ogni momento, si provasse empatia per entrambi i personaggi. Non volevo che una avesse ragione e l’altra torto. Volevo che ognuna tentasse dolorosamente e senza riuscirci di entrare in contatto con l’altra e volevo ricompensare il loro grande amore.” […] Perché, aggiunge: “Quello tra madre e figlia è uno dei rapporti più ricchi che io conosca.”

"Devi raggiungere un livello di noia per fare qualsiasi cosa”.

C’è molto di Greta Gerwig nel suo esordio dietro la macchina da presa, ma non ci riferiamo solo a cenni autobiografici legati alla Sacramento di quegli anni, quanto piuttosto a una visione del mondo leggera ma non superficiale, ironica ma sempre attenta alla definizione, anche spietata, dei rapporti interpersonali. Il film non cerca di ignorare quanto possa essere abrasiva una famiglia o essere parte di un certo strato socioeconomico. I McPherson non possono essere descritti come poveri, ma la loro lotta quotidiana per rimanere parte della classe media è chiara: nelle visite in incognito a delle case che non potranno mai permettersi, nella malinconia di Larry (lo sceneggiatore Tracy Letts), nell'umore arrabbiato di Marion e nella difficoltà del figlio Miguel di trovare un giusto impiego. In questo complesso racconto di crescita personale, la regia dimostra un attenzione ai particolari fuori dal comune: nonostante ogni interpretazione sia sorprendentemente curata nel suo tono, la Gerwig non perde mai il filo di questa complessa coralità di personaggi, messa a supporto della protagonista. Convincenti a tal proposito i due giovani e talentuosi interpreti, Lucas Hedges sorpresa di “Manchester by the Sea”, e il meraviglioso Timothée Chalamet di "Call me by your name".



Poi c'è suo fratello Miguel (Jordan Rodrigues) che si è laureato - Christine in uno sfogo lo attacca dicendo che è entrato all’Università solo perché è ispanico e che non troverà mai un lavoro con tanti piercing in faccia - ma è stato solo in grado di trovare un impiego in una caffetteria, in attesa di un riscatto come programmatore di computer; infine Julie Steffans (Beanie Feldstein), la migliore amica di Lady Bird, che resterà appunto la migliore nonostante la vita ti porti a sbandare e ad allontanarti. L'idea che l'attenzione sia una forma di amore (e viceversa) è una bella intuizione, e per molti versi è una delle chiavi di lettura di un film, che cresce sotto i nostri occhi, e come la protagonista, diventa una visione diversa di se stessa e, per certi aspetti, migliore.

La stessa attenzione la ritroviamo nei costumi, nella cura della fotografia digitale di Sam Levy, che cattura lo stile visivo granuloso degli ultimi giorni della fotografia analogica a colori e nella colonna sonora avvolgente del compositore Jon Brion che incornicia i momenti più intensi della storia: i frammenti corali, gli assoli e i duetti, che indubbiamente ci faranno amare una delle ragazze cinematografiche più fresche e frizzanti degli ultimi anni. Forte di quattro nomination agli Oscar, miglior film, miglior regia, migliore attrice protagonista e non protagonista, e forte di due Golden Globe vinti, migliore commedia e migliore protagonista, Lady Bird forse non ha la forza di tanti dei suoi rivali, da La forma dell’acqua a Tre manifesti a Ebbing, Missouri. Ma come ha ricordato A.O. Scott sulle colonne del New York Times, per dirla in altro modo: Lady Bird non sarà mai perfetta, Lady Bird lo è.

Greta Gerwig racconta la sua adolescenza
di Timé Zoppé
pubblicata su Troiscouleurs il 22 febbraio 2018

(c) Vincent Desailly

Lady Bird si apre con una citazione della scrittrice Joan Didion. Perché?

Lei è di Sacramento, come me. Prima di leggerla, non mi rendevo conto che c'era qualcosa da scrivere in quell'angolo della California. Questa immensa Autrice piena di eloquenza mi ha permesso di riscoprire il mio mondo. Dato che anche io avevo aspirazioni artistiche, era molto importante che lei venisse dal mio stesso posto.

La storia si svolge nel 2002 e tu hai anche studiato in una scuola cattolica di Sacramento. Sei stata ispirata dalla tua adolescenza?

Solo in parte. È un po' dopo che sono andata a scuola io. Volevo parlare di quello che sta accadendo, senza ancorare la storia ad oggi. In effetti, non saprei ora come mettere in scena un film sugli adolescenti senza girare con un mucchio di smartphone. I giovani sono così connessi... È incredibile quante strutture sociali si siano spostate su Facebook, Snapchat o Instagram. Ma soprattutto, volevo raccontare un momento di cambiamento degli Stati Uniti di cui oggi ne stiamo vivendo l'impatto. Nel 2002 eravamo in guerra in Afghanistan, il conflitto in Iraq stava per iniziare, l'erosione della classe media stava accelerando, eravamo ai margini di questo sconvolgimento tecnologico che è Internet anche se non era ancora esattamente iniziato. Sentivamo di essere in un momento cruciale, anche se è sempre difficile riconoscerlo quando lo stai vivendo.

Come eri da adolescente?

Ero un po' l’opposto a Lady Bird. Ho seguito le regole, volevo avere successo e piacere alle persone. Non ho mai inventato un soprannome, non ho mai colorato i miei capelli rossi. Ho amato il liceo, non ero arrabbiata. Ma ho pensato molte cose senza esprimerle o farle. In qualche modo, ho risolto quelle frustrazioni scrivendo il personaggio di Lady Bird.

Che tipo di film ti piacevano in quel momento?

Ho adorato le grandi produzioni di Hollywood! Intorno ai 13 o ai 14 anni, ero pazza di Titanic. In effetti, non ero troppo consapevole del fatto che i film fossero fatti da persone. A Sacramento non esisteva il cinema d'essai. A volte andavo in biblioteca a prendere in prestito dei DVD, ma non c'era cultura intorno al cinema, non conoscevo nessuno che guardasse i film di Ingmar Bergman. Ho avuto un gusto più pronunciato per il teatro, ho letto molte commedie. Solo al college ho iniziato a innamorarmi del cinema, perché studiavo a New York e la città era piena di cinema che proiettavano classici e film indipendenti.

I pezzi che passano da B.O., da Alanis Morissette a Justin Timberlake, era quello che stavi ascoltando in quel momento?

Sì! Alcune canzoni che sono state pubblicate negli anni '90, le abbiamo ascolte alla radio, successi che hanno scandito le vite degli adolescenti di Sacramento nel 2002. Nel film, non volevo dare ai giovani la mia versione "cresciuta" della musica, ma rimanere nello spirito del tempo. L'ho contrapposta ad una musica originale molto romantica, quasi démodée, scritta da Jon Brion [che ha scritto per Paul Thomas Anderson o Michel Gondry, ndr]. Crea un cambiamento, il mondo del personaggio contrasta con il mondo del film.

Sei stata ispirata dai film per ragazzi?

Non proprio, perché la maggior parte di questi parla di un gruppo di ragazze concentrate sullo stesso ragazzo. Mi sono ispirata a film sulla memoria, come Amarcord di Federico Fellini o I quattrocento colpi di François Truffaut, in cui dobbiamo scoprire chi eravamo nell'infanzia. Nel genere, recentemente ho adorato Boyhood di Richard Linklater, ma ho pensato che probabilmente non c'era alcun equivalente dal punto di vista femminile. Tutti questi film si concentrano su giovani uomini che vogliono conoscere se stessi invece di scoprire se sono degni di essere amati. Questo è quello che ho cercato, attraverso gli occhi di una ragazza, in Lady Bird.

La relazione conflittuale tra la protagonista e sua madre - che è anche molto forte - è al centro della storia. Perché hai sviluppato così tanto questa relazione madre-figlia?

Il primo titolo a cui ho pensato per il film era Mothers and Girls. È una relazione molto ricca, penso che non gli diamo il posto che merita nel cinema. Nei film americani, le madri vengono mostrate come angeli o come demoni. La maternità mi sembra più complessa di così. In Lady Bird, l'eroina e sua madre si amano profondamente, ma entrambe fanno ogni errore possibile. Mi sembra più giusto così.

Lady Bird ha appena scoperto la sessualità ma sembra già a suo agio: ne parla facilmente, flirta con i ragazzi....

Nella maggior parte dei film, i personaggi femminili attendono che qualcuno le noti. Alle donne, viene spesso detto che i nostri desideri sessuali, e anche i nostri desideri in senso lato, sono cattivi, e devono essere controllati. Volevo che Lady Bird non fosse l'oggetto di sguardi ma la persona che guarda; che fosse lei ad avere un desiderio sessuale, che non è innescato dal fatto che qualcuno lo voglia. Mi sembra.... silenziosamente rivoluzionario.

Come hai pensato al look, al tono caldo e pop del film?

Non volevo che il modo di filmare fosse troppo reale, ma che fosse coerente, molto pulito. Non ho lasciato nulla al caso, ho cercato di costruire ogni piano dell’inquadratura come un dipinto. Con il mio vice capo, Sam Levy [che ha lavorato anche su Frances Ha e Mistress America come Direttore della fotografia, ndr], non volevamo che l'immagine fosse luminosa e attraente. Sacramento è una bella città, ma è un posto modesto: non volevo mostrarlo in modo appariscente. L'idea non era farne un quadretto, ma lasciare che fosse sincero.

Sei nostalgica in questo periodo della tua vita?

Non direi che sono nostalgica... Ma sono sempre stata molto consapevole del tempo che passa, del fatto che si muove nel momento stesso in cui accade. È un effetto molto strano, e nel film volevo sentire il tempo passare, accogliere la sensazione che non possiamo fare nulla per trattenerlo. A volte ho cerato ellissi piuttosto improvvise, come quando Lady Bird si trova improvvisamente a Natale. Penso che sia questa l’idea del tempo che passa e che mi fa venir voglia di scrivere. Mi aiuta a sistemare un po’ le cose.

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