Scelte di Classe
La paranza dei bambini

Il lato d’ombra del racconto
di Alice nella città - pubblicato 21.02.2019

Una frase si colloca al centro della scena della letteratura per ragazzi e dell’immaginario infantile nella prima metà del Novecento, la battuta che pronuncia uno dei capibanda alla fine di quella “Iliade in miniatura” che è La guerra dei bottoni di Louis Pergaud (1912):

«… che rogna, per i figli, avere padri e madri! [...]

E dire che, quando saremo grandi, saremo magari scemi come loro!»

L’autore, maestro nella Franche-Comté dove si svolge la storia, racconta le battaglie a base di insulti e sassaiole tra i ragazzi di Longeverne, di famiglie anticlericali, “rosse”, e di Velrans, religiosissime, quasi vandeane. Ricordi e giochi d’infanzia, che inserendo finzioni nella realtà, ricalcano una sorta di antichi conflitti e vecchi riti di iniziazione paesani. Chi vince strappa i bottoni ai nemici umiliandoli e avviandoli a più pesanti punizioni familiari.

La guerra dei bottoni di Yves Robert - 1961 (Fig.1) | I ragazzi della via Pàl di Zoltán Fábri - 1969 (Fig. 2)

È un romanzo anticonformista, trasgressivo, quanto invece I ragazzi della via Pàl è “disciplinare” ed educativo da questo punto di vista; i bambini francesi, tartassati dagli adulti, non sono innocenti ma crudeli e a loro volta odiano gli adulti, ai quali si oppongono e resistono in tutti i modi, anche a costo degli inevitabili castighi corporali; non sono buoni né i piccoli né i grandi, piuttosto, secondo lo stesso Pergaud, «il bambino è il diavoletto felice che è l’uomo prima di essere un povero diavolo». Molti lettori di questi giocosi e allegri ribelli di fine Ottocento più tardi sarebbero finiti a marcire e morire nel fango delle trincee della Grande Guerra, quella vera, come il loro autore, morto a 33 anni guidando come sottotenente il suo reparto all’attacco nella notte fra il 7 e 8 aprile 1915 vicino a Verdun, autentico macello umano. Non diversa sarebbe stata la sorte dei ragazzi di Molnar e dei bambini della Byatt. Pergaud, uno dei più moderni e spregiudicati scrittori per ragazzi, però, non era un anarchico, piuttosto un conservatore convinto che «il mondo è fatto così e non si può cambiare». Nella seconda metà del secolo “la banda” – in quanto sottogenere della narrativa d’avventura – consuma la sua fine per come è stata giocata fino ad allora. Conserva gli elementi fondamentali, dalla funzione di iniziazione e socializzazione all’organizzazione gerarchica e al perseguimento di fini autonomi e condivisi, ma subisce una importante trasformazione nel momento in cui dal gioco della fantasia passa alla drammaticità della realtà. Il romanzo di gruppo giovanile vive i suoi ultimi fasti trasformando la guerra finta in azione vera.

 

“L'infanzia è una malattia, un malanno da cui si guarisce crescendo”

Il signore delle mosche di William Golding - 1954 (Fig.1) | La paranza dei bambini di Claudio Giovannesi - 2019 (Fig.2)

Adesso un nuovo spettro si aggira nel racconto per ragazzi, quello del bullismo; una nuova figura di villain è sorta all’orizzonte: il bullo. Sommatene tre, quattro, cinque e più e avrete il branco, la più recente evoluzione di massa (in negativo) del gruppo giovanile, la sua regressione al modello “alto” del Signore delle mosche di Golding (1954). Ma ormai, a fronte dell’individualismo, con videogiochi, computer e gadget elettronici vari, la “serietà” e la “socialità” del gioco, che ha la sua ragion d’essere e si organizza in bande, sembrano declinare irrimediabilmente. L’ennesima, mutazione che allude a una realtà in cui le tendenze culturali, sociali, etiche e antropologiche odierne sono portate agli estremi più negativi, catastrofici, apocalittici addirittura. Quella distopica è oggi una delle tendenze più interessanti della narrazione per adolescenti, a loro gradita forse perché rispecchia in metafora le loro incertezze. Contro la degenerazione degli adulti - inaffidabili o addirittura imbroglioni –, di fronte alla assenza, latitanza o, peggio, alla degenerazione e all’“adulterazione” degli adulti – metafora di quel che spesso vivono oggi sulla loro pelle – i ragazzi riesumano e rinnovano la vecchia banda nella forma di una nuova comunità, che si fa aula didattica di coraggio, lealtà, generosità, solidarietà.

 C’era una volta in America di Sergio Leone - 1984 (Fig.1) | Cómprame un revólver di Julio Hernández Cordón - 2018 (Fig.2)

 

“Guerrieriii, giochiamo a fare la guerra?”

Quindi ci chiediamo se si possono, oggi, scrivere storie di ragazzi in cui emerge il lato oscuro dell’umano. Il cinema sembra pronto a raccogliere la sfida, offrendo, come ci ricorda Dario Zonta in un bell’articolo, Cinema-merce e cinema nuovo:un metodo di superamento del luogo comune, cioè dello spazio comune, perché il modo in cui queste cose vengono viste è anche quello del luogo comune”. Si potrebbe anche dire, descrivere una situazione canonica con maggior crudezza e da un punto di vista di maggior distacco e realismo. In Cómprame un revólver di Julio Hernández Cordón, una banda di bambini sperduti, resiste alla brutalità del mondo adulto, annichilito nell’abisso della tossicodipendenza, preda della natura violenta del Messico contemporaneo che nega loro, il diritto all’infanzia. Un’opera ipnotica, che come avviene anche nella Comunità dei Pan in Alterra, i bambini ricominciano una nuova vita, ricostruiscono una loro società, un futuro migliore, intrecciando l’universo apocalittico di Mad Max creato da George Miller, con Le avventure di Hucklberry Finn. Esemplari, in questo senso, sono le ragazze esuberanti delle banlieu di Céline Sciamma. Diamante nero introduce il tema delle periferie cittadine in cui troppo spesso si è costretti a ricorrere alla violenza – verbale e fisica – per conquistare lo spazio urbano e, ancor più, affermare la propria leadership. Nel filone delle “bande di ragazzi” più famose del cinema contemporaneo, è inevitabile che il pensiero corra ai piccoli criminali del ghetto ebraico di New York di Sergio Leone (C’era una volta in America) o le bande newyorkesi di Martin Scorsese (Gangs of New York); i Drughi di un altro regista di culto come Stanley Kubrick che ha scelto di raccontare una storia di violenza perpetrata da una banda di giovani, che si dedicano a furti, rapine e stupri in “Arancia Meccanica”. Oppure gli indimenticati Warriors dei Guerrieri della notte, minacciati dal capo dei Rogues: “Guerrieriii, giochiamo a fare la guerra?”

I guerrieri della notte di Walter Hill (1979)

Di fronte a questa muta ingannevole, abbiamo necessità di scrittori e registi che pensano a un’arte per questa nostra epoca e proprio per questa, che metta il dito nelle piaghe dell’epoca, nel suo nascosto e nel suo palese, e affronti i suoi problemi, le sue finzioni, le sue incertezze, le sue paure; primo fra tutti: il terrore del mondo, il terrore della metamorfosi perenne, sopraffacente, enigmatica. La Paranza dei bambini di Claudio Giovannesi, Orso d’Argento per la miglior sceneggiatura al Festival di Berlino 2019, si iscrive con dolcezza in questo trend, e spesso aggiunge un ingrediente molto personale a delle storie di stampo realistico dove le cose non vanno sempre come vorremmo: una certa indeterminatezza, l’idea di un destino lasciato in sospeso. Con Giovannesi diventiamo spettatori anfibi capaci di rimanere in vita nell’ambiente irrespirabile di mondi contrapposti grazie ad una sua personale tonalità di realismo che piega il lieto fine in qualcosa che non solo non è lieto, ma non è neppure una vera e propria fine. Si tratta di un amaro resoconto di uno spaccato del nostro violento vivere quotidiano. I ragazzi dei film di Giovannesi sono tutti simili e tutti diversi: determinati, vulnerabili, intelligenti e completamente alla deriva, come se la vita non fosse davvero loro, incapaci di scrivere il proprio destino che li incatena alle sorti della propria famiglia, anche quando si è in totale disaccordo. Era così anche nel precedente Fiore, così come in Fratelli d’Italia e Alì ha gli occhi azzurri. Non sappiamo davvero se ce la faranno, ma forse non è così importante; anche per Giovannesi rimangono molti punti di domanda che nel dettaglio si traducono nella creazione di sotto trame complesse per ogni personaggio. Ecco perché i ragazzi che vuole continuare a raccontare non sono sempre belli, non sono perfetti, non sono educati, non sono buoni, non sono gentili, non sono lisci, non sono comodi. Appartengono a quella categoria infantile che invece di apprendere le convenzioni, le smontano, che invece di adeguarsi, si oppongono alla pressione fortissima di una visione adulta ed autoritaria che vede i ragazzi solo come vasi vuoti da riempire, e l’altra iperprotettiva, e forse non meno autoritaria, che immagina l’infanzia come un universo poetico fatto solo di sospiri e sussurri, brezze e mari incantati, voli della fantasia e arcobaleni multicolori.

Alì ha gli occhi azzurri di Claudio Giovannesi (2012)

I ragazzi della Paranza, sono isolati dal mondo degli adulti, senza alcuna figura che impartisca loro delle regole educative. Liberi da ogni freno inibitore, regrediscono inevitabilmente verso una barbarie primitiva, si riuniscono in gruppi tribali, sanguinari e selvaggi e finiscono per sovvertire i valori della civiltà scegliendo di mettere in atto quanto c’è di più negativo nel comportamento umano: cattiveria, odio, paura, irrazionalità e prevaricazione. Caratteristiche che sono connaturate nell’essere umano e che nel libro di Saviano, assumono il volto dei fanciulli. A metà tra western e distopia, il film mette in scena il mondo nel suo complesso: le ideologie, le pratiche, le guerre e le perdizioni tutte contemporanee. Basterebbe questo per fare della Paranza dei bambini un film, significativo, da mostrare ai ragazzi se non fosse che per l’elemento eversivo, lo rende necessario anche alla visione per un pubblico di adulti. L’apporto di parole di Giovannesi e Braucci si accordano al racconto di Saviano e tessono un ricamo narrativo con il filo sottile delle emozioni portate alla luce ed espresse in una prosa di forte impatto emotivo, da cui non si viene a galla nemmeno per respirare.

 

"La mia opinione è che il male non è mai 'radicale', ma soltanto estremo, e che non possegga né la profondità né una dimensione demoniaca. Esso può invadere e devastare tutto il mondo perché cresce in superficie come un fungo. Esso sfida come ho detto, il pensiero, perché il pensiero cerca di raggiungere la profondità, andare a radici, e nel momento in cui cerca il male, è frustrato perché non trova nulla. Questa è la sua "banalità"... solo il bene ha profondità e può essere integrale." 

(Hannah Arendt)

 

Germania anno zero di Roberto Rossellini (1948)

E’ la voglia di giustizia, cercata nel crimine, il sentimento cardine che rivela la parte più buia del protagonista e che lo spettatore, forse, sente anche sua. Sono i desideri a mettere in moto l’azione; è sui desideri che la trama si struttura, e che produce l’evento inaspettato, violento, enorme, ingestibile. Questo desiderio li porta a trascurare la scuola, grande assente del racconto, non esistono mediatori, esempi positivi da emulare se non la ricerca di una “fatica” che s’incarna nella fatica del vivere, di trovare una collocazione nel mondo. Dietro questa "terribile normalità" si rintraccia la questione della "baniltà del male". La lingua parlata dai protagonisti non corrisponde solo all’intento realistico di dar voce ad una generazione di ragazzi perduti, che sta imparando, male, a vivere, ma ha un altro, e più profondo, significato: rifiutare uno stile cinematografico predefinito che molti pensano non adatto per un genere legato agli adolescenti. L’eversione radicale del cinema da mostrare agli adolescenti, passa anche da quella che può sembrare una lingua sbagliata, e invece è solo lingua viva.

FILM E SCENEGGIATURE

La casa sulle nuvole - 2009

Fratelli d'Italia - 2010

Alì ha gli occhi azzurri - 2012

Fiore - 2016

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di Jean-Luc Godard, Francia, 1964

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di Rob Reiner, USA, 1986

La gabbia dorata
di Diego Quemada-Diez, Messico, 2013

leggi anche

La guerra dei bottoni
di Louis Pergaud
BUR, 2010

I ragazzi della via Pàl
di Ferenc Molnár
Einaudi, 2016

Il signore delle mosche
di William Golding
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