Scelte di Classe
Lazzaro felice

La spada di Lazzaro
di Pietro Bianchi
Riprendiamo un articolo di Pietro Bianchi apparso sulla rivista online Doppiozero

Goffredo Fofi cita spesso una risposta di Elsa Morante a Pasolini in cui si sostiene che l’Italia negli anni del dopoguerra era uscita da un Medioevo per entrare in un altro. La modernizzazione, l’industrializzazione, lo sviluppo capitalistico non avevano avuto alcun effetto emancipativo, in particolare per i contadini e le ancora ampissime zone rurali del nostro paese, ma avevano semplicemente rinnovato – dandogli una forma nuova, ben più subdola – un rapporto di subordinazione antico. L’idea dello sviluppo capitalistico come una barbarie monocolore e del processo di modernizzazione italiana come inizio di una “mutazione antropologica” che ha tolto ai subalterni anche l’ultimo residuo di sapere tradizionale e ancestrale per integrarli in modo definitivo alla società dei consumi, è una tesi ormai molto diffusa in quel vasto arcipelago di posizioni che definiscono il senso comune di sinistra in Italia. Modernità e modernizzazione però non sono sinonimi – se il primo termine identifica solitamente l’epoca che si è aperta con la scienza galileana-newtoniana e con il soggetto cartesiano, il secondo si riferisce più chiaramente alla transizione al modo di produzione capitalistico – eppure la cifra di questo genere di riflessioni è proprio quella di confonderne, non sempre in buona fede, i contorni. Il divenire capitalistico dell’Italia degli anni Cinquanta e Sessanta, e quel processo di rottura dell’unità organica tra l’uomo e la propria comunità a cui normalmente si associa la modernità, vengono visti l’uno come lo specchio dell’altro. E così la modernizzazione industriale diventa la causa unica della perdita dell’armonia nel rapporto tra l’uomo e il mondo verso una società individualizzata fatti di nudi interessi materiali.  

“Non è necessario che le cose che si mostrano siano autentiche. Ciò che deve essere autentica è l’emozione che si prova nel vedere e nell’esprimere” Federico Fellini

Il cinema di Alice Rohrwacher – che al terzo lungometraggio mostra ormai di avere i caratteri di coerenza che contraddistinguono i veri autori – flirta da sempre con questi temi e queste riflessioni, e infatti non è un caso che quella citazione di Elsa Morante sia lei stessa a usarla per presentare il suo nuovo film. Già da Corpo celeste e Le meraviglie si intravedevano i contorni di questi temi, ma con questo Lazzaro felice – presentato ieri in Concorso al Festival di Cannes – la sua riflessione compie un salto di livello in termini di consapevolezza e di audacia nella messa in scena. Il film inizia con il racconto di una comunità povera di contadini, che lavorano un terreno di proprietà di una Marchesa, Alfonsina De Luna, dedita soprattutto alla produzione del tabacco e che li sfrutta in un rapporto economico di tipo mezzadrile, raggirandoli con un debito impossibile da ripagare.

La loro terra è Inviolata, di nome e di fatto, e rappresenta l’esempio perfetto di una comunità organica e chiusa all’esterno: la città (e il resto del mondo) infatti sono lontani e sembra che nessuno ci sia mai stato. Quando una giovane coppia decide di lasciare la campagna, viene negato loro il trasporto dal gestore della proprietà adducendo la mancanza del permesso da parte della Marchesa. E tuttavia ben presto ci si chiede: ma in che anni si svolge questo film? Nella prima sequenza dove si celebra un fidanzamento potremmo essere tranquillamente nell’Ottocento; poco dopo si intravede però una vecchia automobile e un motorino che potrebbero venire degli anni Sessanta o Settanta; e dopo ancora un walkman degli anni Ottanta e poi un vecchio cellulare degli anni Novanta. Ben presto si capisce che Alice Rohrwacher non sta giocando con la carta della verosimiglianza storica ma con quella della fiaba che manipola in modo apertamente incoerente degli elementi della realtà. La mezzadria non ha nulla a che vedere con il contratto agrario che ha contraddistinto il mondo agricolo italiano (i contadini, inverosimilmente, non conoscono nemmeno il denaro), né è utile provare a fare entrare la Storia in un ritratto al quale la regista e sceneggiatrice non ha voluto mettere alcun vincolo (anche se poi alla Storia ci si riferisce quando si dice che l’isolamento della comunità è conseguenza dell’alluvione di Firenze) o di dare identità geografica a un mix volutamente caotico di dialetti (romano, umbro, milanese, persino spagnolo a un certo punto). Il film non ha sfondo, non ha contesto, non ha storicità, ma ha solo un centro etico occupato da un personaggio, Lazzaro, attorno a cui si svolgerà tutta la vicenda.

Lazzaro è da subito l’occhio dell’ingenuità in una comunità che è già di per sé caratterizzata da naïveté e innocenza: è cioè il grado zero di ogni possibile malvagità, con tanto di occhi vacui che guardano il mondo e voce catatonica e monocorde. È preso in giro da suoi amici (o famigliari?); viene costantemente ingannato perché lavori più di altri; a ogni richiesta – anche la più assurda – lui dice sempre di sì, e sempre con entusiasmo. Lazzaro è insomma un atteggiamento più che un personaggio: quello di chi ha una fiducia assoluta e inscalfibile nei confronti dell’altro, indipendentemente da quello che dica. Il problema – di Lazzaro così come di ogni comunità organica – è allora quello di capire che cosa possa accadere quando invece ci si deve rapportare con qualche antagonismo, con qualche forma di violenza, o di alterità. Se gli altri membri della sua comunità (il primo cerchio di alterità) lo trattano comunque con affetto anche quando si prendono gioco di lui, il rapporto col marchesino Tancredi (il secondo cerchio di alterità), che gli farà credere di essere suo amico e lo userà per mettere in scena un finto rapimento per farsi dare dei soldi dalla madre, rappresenterà un livello ulteriore di messa alla prova. Tuttavia non sono i padroni della mezzadria a costituire il vero Altro, ma l’ambiente urbano e contemporaneo (terzo grado di alterità) dove si svolgerà la seconda parte del film (in seguito a una serie di eventi che non sveleremo) e dove Lazzaro si dovrà confrontare davvero con il Male che potrebbe metterlo in discussione. È in questo “secondo medioevo” – nella povertà assoluta di una città di oggi, dove non c’è più nemmeno la ricchezza della terra ma dove il sapere contadino è limitato alla raccolta di erbacce spontanee sui marciapiedi e dove gli immigrati, i nuovi poveri di oggi, vengono sfruttati in modo persino più brutale che in una proprietà mezzadrile – che emerge la vera poetica di Alice Rohrwacher.

L’ingenuità di Lazzaro non serve per rompere i legami di tutte le comunità del passato e del presente, e per inventare una dimensione dell’amicizia/socialità/relazione a-venire, ma per la nostalgia del passato dell’Inviolata (a cui Lazzaro stesso sembrerebbe voler tornare). Nonostante l’atmosfera di santità che incombe sul film siamo molto lontani da quel francescanesimo dirompente il cui potere negativo fa a pezzi l’unità organica della comunità, e più vicini a un’idea di divino – un po’ pretesca e per nulla cristiana – in cui si predica l’onnicomprensiva armonia di tutte le cose del creato senza aggredirne le gerarchie e le violenze che vi sono implicite. Lazzaro felice finisce così – nelle sue tematiche da antimodernismo pasoliniano, nei suoi omaggi formali all’Olmi più conciliante (e ripulito dal suo tormento) e nel suo cantico dell’umiltà e del pauperismo – per assecondare quell’ideologia del “racconto della Caduta da un passato idealizzato” che alimenta da sempre la maggior parte delle culture reazionarie. Questo è un tema su cui si è spesso concentrato Fredric Jameson (o anche solo un qualsiasi storico che sappia far bene il suo lavoro): la storicità vera e propria inizia quando sulla nostra rappresentazione del passato non incombe più l’esperienza (negativa) del presente, e riusciamo ad approcciarci a esso in modo de-idealizzato, come a una semplice organizzazione sociale diversa da quella di oggi. Perché l’idea della comunità organica – povera ma buona, umile ma fiera, detentrice di un sapere tradizionale, di un proprio genius loci e di una propria tradizione che è ricca anche se figlia di un’esperienza di subalternità – è innanzitutto una fantasia retrospettiva: è, come dice Žižek, “la Caduta stessa [che] genera il miraggio di ciò da cui la Caduta ha [avuto] origine”. Il problema allora è forse quello di approcciarsi alle miserie dell’oggi con uno sguardo che non è quello remissivo e dimesso dell’ingenuità e di una bontà favolistica ignara della Storia, ma di essere coscienti che per emancipare il bene è necessario passare dalla rottura dei legami comunitari con, se necessario, anche un po’ di rabbia. Come diceva qualcuno che tempo fa pure era in odore di santità come il Lazzaro di Alice Rohrwacher: “Non crediate che io sia venuto a portare pace sulla terra; non sono venuto a portare pace, ma una spada. Sono venuto infatti a separare il figlio dal padre, la figlia dalla madre, la nuora dalla suocera: e i nemici dell'uomo saranno quelli della sua casa.”

Il mondo reale e l'immaginazione

Per la regista Alice Rohrwacher certi poster regalano emozioni che non finiscono con la parola “fine”. Tre lungometraggi – “Corpo celeste”, “Le meraviglie” e “Lazzaro felice”. Tre locandine forti, artistiche, e con un unico fil rouge: l’illustrazione. Alice Rohrwacher, regista trentaseienne, si riconosce anche per i manifesti dei suoi film, oltre che per il suo cinema dalla cifra poetica originale.

Come mai questa scelta di realizzare locandine disegnate, invece che semplici fotografie? Parte tutto dal film, anzi, da un fotogramma del film. Non è una decisione estetica che prendo a priori. Di solito cerco un’illustrazione che riesca ad aggiungere uno o più livelli di interpretazione all’immagine fotografica. La fotografia rappresenta una scena, il disegno una sintesi della storia, che quando entri nel cinema ti dice una cosa e quando esci ti ispira un altro sentimento, perché ha un’evoluzione nella visione del film.

Che sintesi voleva raggiungere con le immagini utilizzate nei manifesti dei suoi film? Quella usata per “Le meraviglie”, per esempio, doveva evocare la pittura di Piero della Francesca, qualcosa di classico, intatto, come il volto della ragazza colta nell’attimo in cui tira fuori le api dalla bocca come fossero le sue parole. L’immagine di “Lazzaro felice”, invece, si rifà chiaramente a “Gilles”, il clown bianco di Watteau, e vuole raccontare questo vivere sulla soglia di due mondi, la campagna e la città. Con una fotografia non sarei riuscita a sintetizzarli entrambi nello stesso modo.

Chi sono gli illustratori? Persone con cui è bello lavorare. Oreste Zevola per “Corpo celeste”, Fabian Negrin per “Le meraviglie” e Marta Cerri per “Lazzaro felice”. Hanno disegnato i bozzetti a mano, con tecniche classiche, mentre la rielaborazione grafica è di Riccardo Fidenzi e Patrizio Esposito.

Un disegno si ricorda meglio di una foto? Sicuramente invecchia meno. Io cerco di usare immagini che uno vorrebbe rubare dai muri e appendersi in camera. È capitato anche a me, per esempio con “La ciénaga”, “Alice non abita più qui” o “Underground”.

Le spiace che ora il cinema lavori meno con gli artisti? Era una forma molto bella di artigianato, questa collaborazione. Oggi si tende a una comunicazione più piatta. Si crede che un messaggio con più livelli sia noioso, per pochi. Ma non è vero. Pensiamo al film “Metropolis”…

La trilogia del meraviglioso
di Alice nella città

La prima impressione, a un paio di giorni dalla visione di Lazzaro felice in concorso alla settantunesima edizione del Festival di Cannes, è che Alice Rohrwacher conferma una propria dimensione poetica in cui la frattura tra reale e lirismo magico si ricompone, senza lasciare crepe nel racconto. Le meraviglie, come già Corpo celeste, racchiude al suo interno infatti lo studio della crescita di una ragazzina e della sua progressiva, per quanto dolorosa e a tratti ingiusta, accettazione del mondo. In questo senso lo scarto in avanti di questo nuovo lavoro rispetto alle ambizioni de Le meraviglie risulta evidente: Lazzaro felice è infatti anche il racconto di un mondo che non c’è più, la spietata analisi di un genocidio sociale prima ancora che culturale e politico. Il microcosmo in cui crescono Lazzaro e Antonia è l’epicentro di quell’Italia contadina e artigiana che da metà degli anni Novanta comincerà progressivamente a scomparire, fino a essere risucchiata in macrocategorie che ne sbiadiranno l’essenza.

Con Lazzaro felice, rispetto ai precedenti film, siamo dichiaratamente all’interno di una fiaba che chiede allo spettatore di tornare bambino, di liberarsi da ogni ambizione intellettuale per ritrovare la stessa purezza del protagonista. Un occhio che è sguardo, che è cinema, ben sintetizzato in questa «fiaba sulla storia d’Italia degli ultimi cinquant’anni». «Volevo che il film desse l’impressione di venire da un’epoca del passato – ha spiegato la regista — anche se non mancano elementi di modernità». Con questo film Alice Rohrwacher ci racconta «la possibilità della bontà, quella che gli uomini ignorano da sempre ma che continuamente si ripresenta e li interroga come qualcosa che poteva essere e invece non è stata voluta». Alla base di questi primi tre lavori, di questa “trilogia del meraviglioso”, c'è un implicito patto con il pubblico che costituisce la fede poetica dell’Autrice: la sospensione dell'incredulità propria delle fiabe. Lo spettatore, perciò, deve sapere che quella che gli viene raccontata è una storia immaginaria, ma non una menzogna. Se siamo cioè disposti a credere che i lupi riconoscono l’odore di santità, che un sonno duri 20 anni senza cambiarci d’aspetto e che si possa restare felici fino alla fine, attraversando la vita muniti solo di una fionda, potremmo convincerci che ogni cosa potrà e verrà reinventata. 

Cannes 2018

Intervista

FILM E SCENEGGIATURE