Scelte di Classe
Paper Moon – Luna di carta
(di Peter Bogdanovich)
Una fiaba irresistibile
di redazione Alice nella città

 

«Oggi abbiamo adulti che fanno film per bambini che gli adulti, si suppone, trovano tollerabili»

Peter Bogdanovich                                            

Spesso le storie più belle prendono avvio da conflitti e resistenze. Giungono a noi attraverso più tradizioni narrative, al punto da acquisire quasi un proprio respiro. Alcune di queste sono così note che si sono diffuse nel mondo sotto tutte le specie di forme, diventando dei veri e propri memi universali che diventano di fatto un mezzo di trasmissione culturale. Salgono alla ribalta nelle nostre menti e nelle culture che le raccontano assumendo uno status specifico: diventano classiche, tradizionali. Così, le storie, soprattutto attraverso i bambini, si propagano nel tempo; evolvono attraverso la sopravvivenza di racconti che si replicano e che rimangono nel patrimonio genetico e culturale che definisce il processo di crescita dei popoli che le raccontano. La memoria ha distinto quali storie sono più interessanti di altre, e noi tutti teniamo a mente le più rilevanti, per tornare a narrarle e ricrearle per i nostri ragazzi. Anche se queste non sono state create o pensate per loro continuano a rivelarsi irresistibili; entrano in consonanza con loro, e loro le rammentano bene, una volta cresciuti, quando dovranno misurarsi con le ingiustizie e le contraddizioni dei cosiddetti mondi reali.

Per questo, Paper moon di Peter Bogdanovich non è solo un film ma anche un stetoscopio che misura il battito delle cose e si configura a tutti gli effetti come un meta-film, uno studio sul linguaggio del cinema; è una storia universale non tanto per le scene perfette, o per la bravura magistrale di Ryan O’Neal (due anni dopo l’uscita del film lo vedremo interpretare Barry Lyndon) e di Tatum O’Neal (che si è presa l’Oscar per questo film e che nella realtà è la vera figlia di Ryan), quanto per l’incredibile ritratto che il regista fa dell’infanzia, della sua forza, della sua capacità di costruirsi una morale basandosi sulla verità che sta dietro le apparenze. Girato nel 1973 in un superbo bianco e nero (fu Orson Welles che consigliò al regista di mettere un filtro rosso agli obiettivi per rendere più intensi i contrasti), racconta l’amicizia tra Moses, un furfantesco venditore di bibbie ed Addie, orfana di una madre prostituta, durante la grande depressione americana, alla fine degli anni ’20. Il giorno del funerale della madre di Addie, Moses si presenta rubando un mazzo di fiori a una tomba vicina: è un ex-amante della donna morta e forse padre della bambina. I pochi presenti al funerale gli chiedono di riportare Addie da una zia che vive a Saint Joseph nel Missouri a poche centinaia di chilometri di distanza. L’uomo accetta controvoglia e inizia il lungo viaggio che vedrà Moses e Addie diventare una coppia inseparabile.

Ed è proprio la strada con le atmosfere dei quadri di Edward Hopper, con le sue vie di fuga, le soste e le deviazioni rocambolesche, la struttura ossea su cui inserire personaggi e (dis)avventure, pericoli scampati con le donne e con la legge. Addie e Moze sono come padre e figlia, ma i loro valori non si fondano su “ordine” e “rispetto” come nelle famiglie più conservatrici e tradizionali, ma piuttosto su uno spirito quasi piratesco di avventura; esprimono il reciproco affetto tramite bisticci e battibecchi, invece che con gesti amorevoli. Il film non chiarisce mai se la conoscenza tra la madre di Addie e Moze sia una circostanza totalmente campata per aria. Questo dettaglio viene giocato dalla coppia di protagonisti (che “sono” padre e figlia nella realtà) con una certa ironia per tutto il film:

«Ho già incontrato uomini che potevano essere mio padre, ma … la mascella non era la stessa...»

Bogdanovich, come nella tradizione fiabesca, opera attraverso il procedimento del ricordo, inteso qui come ripensamento e mediazione di miti e stereotipi acquisiti. Questo approccio risulta evidente nel ritratto della bizzosa Addie, una sorta di Shirley Temple al negativo, vezzosa e calcolatrice, cui la giovanissima Tatum O'Neal, dona malizia e simpatia. La sua Addie, spogliata delle abituali virtù di puritano perbenismo, è sottratta al limbo caramelloso cui sarebbe appartenuta la protagonista di una vera commedia anni 30. Questa ragazza di 10 anni fuma, non è carina, non si sottopone agli eventi, orchestra con determinazione e governa il mondo intorno a lei. Manipola, è intrigante e ci offre con brio un superbo elogio dell'insolenza. Quell’insolenza che a differenza di alcuni modelli del genere (vedi Jackie Coogan in Il monello di Chaplin), rende possibile non piegarsi sotto il peso della fatalità; rende possibile rompere con l'intelligenza la stupidità, parlare, vivere nel mondo con un desiderio ardente di trovare il proprio posto.

Se il fatto che la bambina fumi qualche sigaretta mentre è a letto, per imitare giocando le pose femminili della madre scomparsa, strappa semmai un sorriso, il fatto, invece, che ascolti regolarmente la radio è un elemento determinante per caratterizzare il personaggio. Oltre ad averle aperto la mente, rispetto ai bambini della sua età, ma anche rispetto a tanti adulti – più di Moze senz'altro – la rende, molto più consapevole della realtà. In questo modo, attraverso il suo personaggio, Bogdanovich riesce a tradurre in satira una certa mentalità che attribuisce al bambino sentimenti di ingenuità e di purezza: un discorso che allude direttamente all'America, nazione giovane, e al mito della sua falsa innocenza, approfondito poi in Daisy Miller (Id., 1974). Una Bibbia, nel caso di una vedova visibilmente nullatenente e attorniata da una folta prole – vedi Dorothea Lange, Destitute pea pickers in California. Mother of seven children – diventa per Addie istantaneamente «già pagata» e, mentre procedono verso il confine dello stato, capita che i due incrocino l'automobile in panne, stracolma di vettovaglie, appartenente ad agricoltori migranti, scacciati dalle loro terre dalla Depressione o dalle tempeste di polvere o da entrambe gli eventi catastrofici, e diretti verso la California – vedi Dorothea Lange, Migrants, family of Mexicans, on road with tire trouble – Addie vorrebbe fermarsi e dare loro dei soldi, perché «Roosvelt dice che dobbiamo aiutarci a vicenda.»

 

«Voglio i miei 200 dollari!»

 

Già dal loro primo confronto e scambio di battute all’interno del locale, veniamo conquistati dal personaggio di Addie: l’aspetto mascolino e il suo modo di fare spigliato e smaliziato che in qualche modo assomiglia a Huckleberry Finn, dietro cui si ripara il lato più fanciullesco e bisognoso d’affetto, la rendono protagonista indiscussa di un rapporto che inizia nel segno dell’indifferenza per arrivare a piccoli passi a una complicità familiare. Lo sguardo del regista, si mette spesso accanto a lei, mostrandoci ciò che accade dalla sua prospettiva: possiamo intuire cosa pensa, quali sono i suoi stati d’animo solo dall’espressione del volto o dal modo in cui guarda le cose (pensiamo a quando tenta di imbrogliare la ricca signora o la vedova con numerosa prole al seguito). La verosimiglianza dello sguardo permette altresì alla narrazione di calarsi in una realtà sospesa tra la vita e la commedia, dove anche un periodo buio come la grande depressione, può diventare l’occasione per due simpatiche canaglie di rimpinguare le loro misere finanze e con esse le loro solitarie esistenze.

 

«Credo che tutti i film buoni siano stati già girati, ma siamo ancora in grado di girare qualche film decente»  Peter Bogdanovich

 

Naturalmente, come sempre nel suo cinema, la riproposizione del passato non vuole essere entusiastica, contemplativa o nostalgica, né potrebbe davvero esserlo dato che il regista non si esprime con l'emozione di chi ha vissuto bensì con la conoscenza di chi ha studiato. Per restituire lo spirito di quell'epoca e del suo cinema, Bogdanovich rinverdisce la tradizione dei "truffatori rispettabili" comune in tante scanzonate commedie del periodo, rende omaggio al carisma plateale di un'infanzia mitologica, geograficamente situata fra Jackie Cooper e Shirley Temple e, ancora, adotta come struttura narrativa il tema del viaggio, tòpos caro a larga parte della tradizione letteraria americana. Si rifà dunque al filone comico prodotto e diffuso con successo da Hollywood negli anni 30, con la sua portata di spregiudicatezza, personaggi bizzarri, caratteri stereotipati e ingenuità rassicurante, costruita attorno a una strana coppia di outsider mossi da scanzonata furbizia e sincera, reciproca tenerezza. Il riferimento più esplicito è quello alle favole politiche di Frank Capra, da "Accadde una notte" (It Happened One Night, 1934) a "È arrivata la felicità" (Mr. Deeds Goes to Town, 1936) e "Mr. Smith va a Washington" (Mr. Smith Goes to Washington, 1939). Tuttavia, girando Paper Moon, il regista denuncia le influenze esercitate, in particolare, da alcuni di questi titoli: The Grapes of Wrath-Furore (romanzo 1939, John Steinbeck; film 1940, John Ford), Of Mice and Men-Uomini e topi (romanzo 1937, John Steinbeck; film 1939, Lewis Milestone); To Kill A Mockingbird-Il buio oltre la siepe (romanzo 1960, Harper Lee; film 1962, Robert Mulligan); The Sting-La stangata (sceneggiatura David Maurer, regia George Roy Hill 1973).

La ricostruzione e la messinscena sono fedeli e filologicamente ineccepibili: per tessere questo racconto on the road attraverso l'America della Grande Depressione, Bogdanovich, oltre al repertorio di tipi e stereotipi propri del cinema dell'epoca, si pensi al camion dei farmers fermo sul ciglio della strada che rimanda a "Furore" (The Grapes of Wrath, 1940) di John Ford oppure alla caratterizzazione vivace del portiere dell'hotel sull'impronta del divo Dick Powell,  attingono a piene mani al travaglio della migrazione degli agricoltori del Middle West. Polly Platt, sua ex moglie e consigliera, nella scelta delle location per le scene in esterni, sembra essersi documentata passando in rivista il materiale fotografico della Farm Security Administration e, in particolare, gli scatti della fotografa Dorothea Lange. Dunque, quello di Bogdanovich è uno sguardo anarchico e disincantato che nega qualsiasi forma di moralismo, moderno perché tipico degli anni ’70, ma contemporaneamente antico, poiché rimanda a quell’approccio irriverente del muto burlesco che Hollywood aveva nei primi anni ‘30, quando ancora non veniva applicato il codice Hays. Così, Paper Moon è un film che s’inserisce al tempo stesso nella New Hollywood e nel classicismo, ma in quel particolare classicismo senza nostalgia né accademismo, più “vecchio” cronologicamente ma più “contemporaneo” nello spirito: quello libero pre-codice Hays.

Proprio come nella Hollywood degli anni d’oro, non vi è un solo elemento slegato dalla narrazione e non vi è alcuna scelta che abbia un significato del tutto indipendente dallo svolgimento del racconto. Questo a cominciare da una regia volutamente sottesa e invisibile che non rinuncia però a una certa ricerca visiva. Il film, e qui occorre riconoscerne il merito a László Kovács (Easy Rider - 1969), è fortemente “fotografico”. A partire dal bianco e nero, scelta nata su consiglio di Orson Welles – di cui diventa un amico intimo a cui dedicherà diverse opere -, all'uso del grandangolo sui primi piani che apre allo spazio retrostante, alla prospettiva dal basso, strumentale al personaggio della giovane protagonista.

"Puoi tenere il titolo senza fare il film" Orson Welles

Il romanzo Addie Pray, era stato scritto due anni prima da Joe David Brown e si era rivelato un successo, e John Huston tentò di realizzare il film con Paul Newman e sua figlia Nell Potts. Inizialmente, quando gli chiesero di dirigere il suo terzo progetto (il secondo era stato What's Up, Doc? 1972, con Barbra Streisand e Ryan O'Neal) Bogdanovich esitò. A convincerlo ci si mise la sua ex-moglie Polly Platt (a sua volta produttrice, scenografa e sceneggiatrice), e il fatto che, la trasposizione dal romanzo di Joe David Brown Addie Pray, fosse stata affidata ad Alvin Sargent, nelle cui capacità Peter riversava un'estrema fiducia. Forse, giocò un ruolo nella decisione del regista anche l'aver già lavorato con Ryan O'Neal e il fatto che la figlia di questi, Tatum, fosse nell'età giusta e aderisse così perfettamente al personaggio di Addie Pray. Il film è stato anche il primo titolo prodotto nell'ambito del progetto The Director's Company, in associazione con la Paramount Pictures che permise di realizzare a Bogdanovich Paper Moon nel 1973, a Francis Ford Coppola La conversazione 1974 e a William Friedkin il soggetto di The Bunker Hill Boys che però non fu mai realizzato. In questo contesto, e con un budget ragionevole di 3 milioni di dollari, Bogdanovich aveva ottenuto mano libera per completare l'adattamento di Alvin Sargent che aveva già fatto una serie di profondi tagli nel romanzo di Joe David Brown, soprattutto nella sua seconda parte, ma Bogdanovich voleva dare al film un'identità speciale.

Dunque, prima di iniziare a girare, andò alla ricerca di pezzi iconici della musica del momento e così la sua attenzione cadde su una canzone 1933, composta da Harold Arlen (compositore di diverse canzoni dal Mago di Oz), dal titolo E' solo una luna di carta. Come faceva spesso, consultò Orson Welles che gli disse che poteva "tenere il titolo senza fare il film", l'immagine era così bella, romantica, carica di nostalgia e di speranza, che del film se ne poteva fare a meno. Nacquero così la sequenza del carnevale, ma anche, più tardi, il colpo di scena finale con Addie fotografata sulla luna. Un'immagine che è rimasta nell’immaginario collettivo e che identifica un'epoca. Tanto che il film diede vita alla serie televisiva omonima nel settembre del 1974, trasmessa dalla ABC, con Jodie Foster nella parte di Addie, senza riscuotere però grande successo, mentre il romanzo di Joe David Brown fu poi ripubblicato con il titolo del film.

Dunque, se vi piace il cinema quando è cinema, quando ai campi si alternano i controcampi, ai primi piani i piani americani, quando il bianco e il nero rivendicano la loro differenza senza mezzi toni, se vi piace il cinema americano, quando ogni scena è un quadro di Hopper e ogni campo lungo rappresenta l’America, quella vera: delle pompe di benzina che brillano al sole, di Lolita, dei venditori di bibbie false, dei motel, dei frullati di fragola e dei caffè bollenti, non potete non vedere: Paper Moon di Peter Bogdanovich.

 

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