Scelte di Classe
Shoplifters

Chi ruba nei supermercati
di Raffaele Meale
Riprendiamo un articolo apparso su Quinlan il 05-4-2018

Shoplifters, vale a dire taccheggiatori, traduce in maniera fedele solo una parte dell’originale giapponese Manbiki kazoku, (manbiki). A venire eliso è dunque kazoku, che unendo gli ideogrammi di “casa” e “stirpe” forma la parola famiglia. Può sembrare un dettaglio di poco conto, evidente solo agli occhi degli yamatologi e degli appassionati della cultura giapponese, ma questa scelta per il titolo internazionale ha in sé un valore tutt’altro che trascurabile. L’intera filmografia di Hirokazu Kore-eda, iniziata ventitré anni fa con il sorprendente Maborosi, ruota attorno al concetto basilare di famiglia. Il legame affettivo contro il legame di sangue, il rapporto a volte conflittuale tra genitori e figli, la necessità di scavare radici profonde per sé e per la propria progenie. A volte per il proprio onore, altro concetto che nella cultura nipponica conquista un ruolo di primo piano. I protagonisti di Shoplifters saranno anche ladruncoli seriali che ammortizzano la scarsa capacità economica concessa loro da lavori usuranti e mal pagati rubando nei supermercati e nei negozi, ma il vero centro nevralgico del discorso riguarda il loro voler essere a tutti i costi una famiglia. Desiderarlo al di là della realtà dei fatti, oltrepassando i confini della legge, facendosi beffe della morale dominante. Essere una famiglia per patire insieme e ridere insieme, per andare avanti in quella metropoli che tutto schiaccia in cui vivono, la Tokyo dei vestiti alla moda e delle auto di lusso. La famiglia composta da Osamu – che fa l’operaio in un cantiere edile –, Hatsue, che sbarca il lunario in una grande lavanderia, dal loro figlioletto Shota, dalla sorella di lei (studentessa che lavora come prostituta in un locale a luci rosse) e dalla nonna delle due, a sua volta ex prostituta, è una rarità nel Giappone contemporaneo. E come palese anomalia non può che essere ‘falsa’, un esperimento. Una famiglia composta un po’ dal caso e un po’ dall’azzardo. Gli stessi caso e azzardo dopotutto portano nella casetta vecchia e sporca in cui vivono anche la piccola bambina di cinque anni che ribattezzano Rin. Osamu e Shota l’hanno avvistata dopo aver derubato un supermercato, sola soletta al freddo e al gelo. L’hanno portata a casa, dapprima solo per una notte e poi – dopo aver scoperto che i suoi genitori la picchiano – l’hanno fatta diventare parte della famiglia. Una famiglia che si è composta tutta così, senza quasi nessun legame di sangue. Una famiglia per scelta.

Kore-eda torna ai suoi temi cardine, compreso lo sguardo su e dalla parte dei bambini, e probabilmente non aggiunge nulla di particolare alla sua poetica espressiva. L’occhio della camera è sempre minimale, i dialoghi sono fatti anche di dettagli che altri registi considererebbero secondari o perfino futili e privi di sostanza. Il quotidiano irrompe sullo schermo, e dopo la parentesi legal di The Third Murder (che era in concorso alla scorsa Mostra di Venezia), il regista di Still Walking e Father and Son torna a concentrarsi sugli affetti del sangue attraverso una struttura drammatica non dimentica di svisate più prossime alla commedia. Soprattutto la prima parte di Shoplifters sembra indirizzata verso i toni lievi e dolcemente melanconici di titoli quali Little Sister o Ritratto di famiglia con tempesta; il rapporto tra Osamu e Hatsue è carico di una dolcezza espressa a tratti in maniera nascosta a tratti con impeti di passione; il loro modo di crescere i figli – che non essendo loro per diritto genetico non possono essere iscritti a scuola e non possono farsi notare più di tanto – è dominato da un amore naturale, istintivo, del tutto sgravato degli obblighi della discendenza.

Questa riflessione più delicata si scontra con la dura realtà quando avviene il primo scarto, la pedina del domino destinata inevitabilmente a distruggere l’idillio artificiale: la nonna, sulla cui pensione si basava una parte non indifferente dell’economia familiare, muore nella notte, dopo una splendida giornata di vacanza passata al mare. Lì, dove la famiglia aveva compiuto il passaggio definitivo, tutto torna a rompersi. Perché esiste una società fuori dalla famiglia. Una società di cui la famiglia non fa parte se non in modo laterale. Una società ferale e crudele, che ha ritmi e regole proprie e non può accettare l’anomalia, l’eccezione. Di fronte alla società, convitato di pietra dalle cui grinfie non si può sfuggire e che distrugge col sorriso, in nome di diritti che sono considerati ovvi ma si basano in realtà su codici di comportamento preordinati e definiti, la bizzarra struttura messa in piedi da Osamu e Hatsue vacilla e crolla. “I figli devono crescere con le mamme” asserisce l’assistente sociale che sta interrogando Hatsue, fermata per sequestro di minore e forse anche per omicidio – la nonna-che-nonna-non-è è stata sepolta in giardino nel tentativo disperato di mantenere il segreto e non far trapelare la verità. La donna risponde, con un triste sarcasmo “È proprio quello che vogliono credere le mamme”. Qui, come nel paradosso di aver tolto una bambina a due genitori amorosi solo perché finti per restituirla ai legittimi padre e madre che la picchiano e la snobbano, risiede il vero centro del discorso di Kore-eda, e l’acme tragico di un film che racconta una società impossibile da redimere, e incapace di scorgere l’umano al di là del legale. Esistono affetti che maturano al di là di ogni ragionevolezza, o senso, ma il consesso civile non lo tollererà mai. Forse mai, neanche nello sguardo tutto infantile – e costretto alla distruzione – del miracoloso Nobody Knows, Kore-eda si era dimostrato così disperato, tragico, privo di qualsivoglia speranza. Una tragedia che è, per quel che riguarda l’interpretazione del concetto di famiglia, parte integrante dell’intera storia del Giappone, e non è un caso che il pin del bancomat della nonnina sia 1192, in riferimento all’anno in cui Minamoto no Yorimoto ricevette il titolo di shogun e fondò il primo bakufu. Se c’è felicità è solo nell’instabilità effimera, come i fuochi d’artificio che illuminano una notte su Tokyo, dalle parti del fiume Sumida. Per il resto si può tornare alla vita di tutti i giorni, ma non si avrà il coraggio di salutare come ‘papà’ colui che si ritiene l’unico e vero padre. Oppure ci si fermerà con lo sguardo nel vuoto, come la piccola Rin abbandonata di nuovo a se stessa, agognando forse di essere salvata un’altra volta. Sognando di avere di nuovo una famiglia.

Questione di famiglia
di Alice nella città

«Dare alla luce un figlio rende automaticamente una madre?»

Palma d’Oro alla settantunesima edizione del Festival di Cannes, Shoplifters è un’opera autenticamente straordinaria la cui complessità è inversamente proporzionale alla semplicità della sua messa in scena, che si articola attorno a una serie di piccoli eventi di una quotidianità apparentemente normale che sa raccontare in modo semplice una verità eccezionale. Nel cinema di Kore-eda è il tempo dei sentimenti a costruire le trame. Ciò che conta sono gli attimi di verità strappati allo schermo e donati a noi spettatori come resti che riconosceremo straordinariamente autentici nelle nostre vite: i fuochi d’artificio e il mare (ri)visti negli occhi dei bambini; la carezza data a una nuova madre mentre sta curando i tuoi demoni; la lacrima di uno sconosciuto che ti ha compreso in un abbraccio o lo sguardo amorevole concesso a un padre proprio mentre lo scopri inadeguato. Ci sono ancora una volta tutte le tematiche di riferimento del cineasta nipponico, che torna in un certo senso a lavorare su Like father, like son declinando questa volta lo scambio di famiglia in un vero e proprio consapevole cambio deciso spontaneamente dai bambini, sempre protagonisti, sempre vittime, sempre innocenti, ma questa volta di fronte a una nuova possibilità. Dalla freddezza dei genitori biologici vedono e provano forse per la prima volta l’umanità bruciante e disperata di chi è disposto ad accoglierli nella propria casa, nella propria vita e nella propria famiglia, vedono e provano forse per la prima volta l’amore genitoriale, e lo scelgono deliberatamente, lasciandosi alle spalle soprusi, percosse, disinteresse, genitori che non sono mai stati genitori. Kore-eda Hirokazu, documentarista di formazione, si avvicina nella seconda parte della sua carriera alla fiction, senza dimenticare l’interesse e lo sguardo privilegiato verso la verità del sentimento presente, le relazioni umane, specialmente quelle familiari. All’evidente partecipazione registica preferisce l’osservazione discreta e, indugiando su volti e dettagli, riesce a raccontare il complesso rapporto che lega i desideri dei bambini alla realtà che li circonda.  Al centro dell'indagine sulla semplicità della vita di Kore-eda spesso ci sono i bambini, di cui il regista sa catturare una gamma disparata di espressioni. L'intesa magnetica che si instaura tra la macchina da presa e i giovani protagonisti conosce pochi precedenti nella storia del cinema, tanto nella gioia che nel dramma.

Gli sfortunati fratelli di Nessuno lo sa (2004), abbandonati dalla madre in un appartamento di Tokyo e costretti a cavarsela da soli per sopravvivere, rappresentano per il cinema di Kore-eda il compimento di un percorso iniziato nel 1991 con Lessons from a Calf, documentario sugli alunni di una scuola elementare, alle prese con una prova pratica che consiste nell'allevare una mucca. Un cinema che ha la rappresentazione della realtà circostante come scopo principale, in cui privilegiare il punto di vista infantile significa da un lato estremizzare la risposta emotiva dello spettatore e dall'altro obbligarlo ad aprire gli occhi sul disagio, impedendogli di sorvolare e voltare pagina. Una riflessione che Kore-eda ormai sviluppa da diversi anni sulla famiglia come legame etico e non di sangue a un livello superiore e a un grado di profondità e sofisticatezza che è raro trovare nel cinema di oggi.

Like Father, Like Son (2013)  - L'estate di Kikujiro (Kikujiro), 1999 di Takeshi Kitano

Non so se per parlare della società – ha dichiarato il regista - va sempre bene raccontare la storia del singolo, in questo caso della famiglia che è, su una scala più piccola, una sorta di modello sociale. Io però volevo parlare della frazione che si viene a creare fra società e famiglia, e non concentrarmi a fondo su entrambe. La famiglia che mostro è una famiglia di piccoli criminali, ma a me interessava mostrare il lato povero ma anche il calore, le emozioni, i sentimenti che si condividono nella casa”. Nella minuziosa costruzione di un Giappone sottoproletario e indifeso fatto di lavori provvisori e di case scarsamente riscaldate, nell’interrogarsi apertamente sul ruolo, sulla volontà e sui sentimenti della famiglia, nel mettere in aperto conflitto la società e il privato domestico, i genitori biologici e quelli che danno amore, la famiglia “ufficiale” e quella volontaria e “proibita”, la menzogna delle parole e la realtà delle immagini, e non certo in ultimo nel cuore (seppure meno caldo, o per lo meno non riscaldante come le altre volte) con cui ogni personaggio viene ritratto e dolcemente filmato, Hirokazu Kore-eda si schiera con afflato forse ancora più deciso di altre volte con gli ultimi, con i reietti, con i socialmente “cattivi”, che invece sono spesso molto migliori dei “buoni”, molto più sinceri, molto più emotivi, molto più di cuore. Si schiera apertamente con chi è costretto a una piccola (e vana) resistenza quotidiana e familiare contro una società spersonalizzante, e per questo sarà ancora una volta schiacciato, “punito”, sconfitto. I “taccheggiatori” di Kore-eda rubano e si prostituiscono, è vero, ma il regista – atto di per sé cinematograficamente coraggioso e pienamente politico nel Giappone di ieri e di oggi – prende fino in fondo le loro parti, si siede al loro fianco, rema insieme a loro contro le peripezie della vita, lasciando che emerga tutta la loro profonda dignità messa in scena con sguardo sincero e intimo, pudico e di onestà specchiata – anche nei furti, per lo meno in questi furti ben più onesti dei processi che restituiranno i bambini a quei genitori “ufficiali” che potranno ricominciare a ignorarli e maltrattarli. […] “Certo – sottolinea il regista - la soluzione che il padre offre alla famiglia non è delle più giuste, ma non è davvero questo il punto, non ho mai voluto dare un messaggio morale, assolutamente no. Perché in realtà Shoplifter è davvero un film su delle persone che condividono qualcosa, una condizione: un fallimento con la società. Sono personaggi estremamente diversi che hanno fallito rispetto ai doveri che la società gli impone, come ad esempio il matrimonio, un buon lavoro etc etc e allora hanno messo su questo loro nucleo familiare e volevo raccontare di questo.

 

  

«Sento speranza. Spero che i paesi che sono nemici possano incontrarsi attraverso il cinema. Quindi accetterò quel coraggio, quella speranza che ho appena ricevuto»

Ci sono non poche sequenze di pura potenza poetica, dalla famiglia in spiaggia che gioca insieme saltando le onde sul bagnasciuga all’intensità attoriale di Sakura Ando. E ci sono pure riflessioni tutt’altro che banali, sul ruolo e sul senso della famiglia così come sulla forza del proletariato, sulla verità e sulla menzogna, così come sulla costante messa in scena in cui vive chi deve riuscire a non dare nell’occhio, che fanno di Shoplifters, una meritatissima Palma d’Oro, che finalmente riconosce il lavoro di uno dei registi più importanti degli ultimi anni.