Scelte di Classe
Un sogno chiamato Florida
(The Florida Project di Sean Baker)

Una favola Disney al contrario
di Redazione
Pubblicato 21.02.2018

I can always tell when adults are about to cry.

The Florida Project è uno di quei brillanti film indipendenti che riescono a guadagnarsi un posto di rilievo tra i grandi successi di Hollywood. In questo film, Sean Baker che già aveva mostrato il suo talento nei precedenti Tangerine, Starlet e Prince of Broadway, pone l'accento sullo sconosciuto e desolato mondo sotterraneo che abita nei motel squallidi che circondano Disney World, a Orlando, in Florida. Lì, a pochi chilometri dal "luogo più felice della Terra", le famiglie con scarse risorse sopravvivono come meglio possono. Ma per comprendere veramente questa realtà, è necessario un po’ di contesto: negli Stati Uniti è vietato installarsi in modo permanente in una di queste sistemazioni, in modo che coloro che non dispongono di alloggi fissi debbano girovagare da un motel all'altro o da una stanza all'altra. In questo ambiente, la protagonista indiscussa del lungometraggio, la piccola Moonee, una bambina di 6 anni, vitale, energica, indisciplinata, dispettosa e spesso insolente - quasi come un personaggio di Mark Twain - si diverte e gode dell'estate, insieme ai suoi amici, senza essere a malapena consapevole della miseria che la circonda. In effetti, l'intero film si comporta e vuole essere prima di tutto una fiaba; un racconto di principesse senza un regno in cui il desiderio di felicità promesso dalle attrazioni del magico mondo della Disney affronta la realtà più elementare. E lo fa con la chiara rotondità delle storie eterne. È la storia di Alice persa in un paese delle meraviglie o Tom Sawyer sulla riva di un Mississippi senza acqua. E persino Holden Caulfield prima dei dolori. Il film avanza attento al terreno etico che lo mantiene in piedi senza moralismi, senza perseguire la misericordia, o scavare le molle che muovono la compassione dello spettatore.

I non-luoghi, ormai vuoti contenitori, rappresentano perfettamente l’ipocrisia e la disparità della società americana contemporanea.

D'altra parte, l'atmosfera assorbe un universo artificiale di camere di motel, negozi di cattivo gusto e edifici isolati tra strade di passaggio che trasmettono una sensazione quasi fisica di sporcizia, solitudine e disperazione. Il film diventa così uno spietato ritratto di una generazione abbandonata, senza arte né parte, che vive giornalmente il dramma della povertà negli USA odierni. La scelta di usare colori pastello e la colonna sonora, composta soprattutto da brani Hip-Hop, evidenzia il contrasto tra i luoghi quasi fumettistici e la condizione di estremo degrado che vivono i personaggi. E così, in questo paesaggio iperreale, tra Via dei 7 nani e il motel Futureland, l’ineludibile vitalità dei ragazzini resta l’unica forma di residua autenticità, l’ultima ribellione possibile a un regno di simulacri. Gran parte del film è mostrata dal punto di vista di Moonee e dimostra due cose: l'attrice incredibilmente brava che è Brooklynn Prince e l'abilità di Baker nell'affrontare il complicato compito di dirigere i bambini. Mentre, l’esperienza nel dirigere gli adulti, è confermata specialmente da Brina Vinaite, che dà vita a Halley, la giovane e disastrosa madre di Moonee, un'anima persa che vive la propria esistenza sulla soglia. Baker riesce a mescolare perfettamente il candido mondo dell’infanzia con quello marcio e corrotto dell’età adulta, in un panorama altrettanto vitale e divertente quanto disperato. I bambini sono lasciati soli dalle madri che tentano di sopravvivere giorno per giorno. I padri, invece, sono totalmente assenti. Soltanto l’innocenza e la vitalità dei bimbi riesce a redimerli, almeno temporaneamente.

I personaggi del film, vivono aprendo e chiudendo le porte delle loro camere, locazioni temporanee divenute definitive per le storture dell’esistenza.

Intorno ad essi, molti personaggi decadenti compongono una scena triste, un buco di povertà con poca o nessuna speranza che il regista riesce a trasformare in qualcosa di dinamico, comico e persino bello. Baker, un esperto nel far brillare attori non professionisti, ha puntato in questa occasione su una grande star di Hollywood, Willem Dafoe. L'attore dà vita a Bobby, il manager del motel dove vivono Moonee e sua madre (ironicamente chiamato Magic Castle), una specie di affascinante angelo custode che veglia sulla pessima felicità dei suoi clienti e sulla sicurezza dei bambini. Questo meraviglioso ruolo paterno non solo dei piccoli, ma anche degli adulti, è uno dei migliori della sua carriera, che gli è valso una nomination all'Oscar 2018 come miglior attore non protagonista. Bobby è un uomo di cuore, un' autorità, che cerca di arginare lo squallore che circonda il suo motel. Un personaggio positivo in un mondo tristemente degradato. L’uso frequente della steady ad altezza e velocità di bambino non fa che ricordarci ancora il punto di vista dei più piccoli, dei monelli indomabili e selvaggi, delle piccole canaglie irrefrenabili che vivono la loro infanzia senza regole e senza limiti, coinvolgendoci pienamente per tutta la durata della pellicola. In conclusione, The Florida Project è uno di quei film ‘ponte’ che ci sentiamo di consigliare ad un pubblico di ragazzi, perché oltre a trattare in maniera mai banale, argomenti pesanti come la disoccupazione, la povertà e il degrado sociale, rievoca i capolavori legati all’infanzia come Zero in condotta di Jean Vigo e I 400 colpi di Truffaut, ma anche titoli più contemporanei come Summer 1993 di Carla Simón, Stella di Sylvie Verheyde e Bassa marea (Low Tide) diretto da Roberto Minervini, in cui emerge lo spirito anarchico dell’infanzia che Baker mira a trasmettere, grazie alla freschezza di un ritrovato cinéma vérité e un flusso energetico dirompente che tutto travolge.



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